Torre Guevara e l’arte tutta locale del “divieto facoltativo”

Torre Guevara e l’arte tutta locale del “divieto facoltativo”

Brando, il mio cane, non fa la pipì nelle aiuole, non perchè non voglia, ma perchè non ce lo porto io.

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A Potenza, sul suo cocuzzolo – parola che già contiene una certa idea di isolamento e di vento – il parco della Torre Guevara è una piccola dichiarazione d’intenti civici: ordine, decoro, una promessa di spazio condiviso. E, a sorpresa, mantenuta (una volta tanto non ce la possiamo prendere con l’amministrazione, mannaggione). Le aiuole sono curate, l’erba non è un concetto filosofico ma una presenza concreta, e il cittadino medio può persino sedersi senza dover consultare un perito botanico.

C’è però un dettaglio, minuscolo come tutti i dettagli che fanno la differenza: il cartello.

Il cartello dice no ai cani sulle aiuole. Non è un’opinione, non è un suggerimento, non è una citazione letteraria: è un divieto. Motivato, peraltro, da una logica quasi commovente nella sua semplicità: evitare che ciò che i cani producono con generosità diventi patrimonio collettivo, a danno di bambini e passanti.

Eppure, ogni mattina – soprattutto la mattina, quando la coscienza civica è ancora in pigiama – si consuma il piccolo rito dell’eccezione. I cani scorazzano. I padroni pure, ma con meno grazia. Le aiuole, da spazio tutelato, diventano pista di sgambamento improvvisata. Il cartello resta lì, come certi articoli della Costituzione: letto, apprezzato, ignorato.

La cosa interessante non è l’infrazione in sé – siamo un Paese creativo anche nelle violazioni – ma la sua qualità. Qui non c’è neanche la timidezza del trasgressore. C’è una spavalderia serena, quasi pedagogica: “Lo faccio perché si può fare”. E si può fare perché nessuno controlla. Il che, a ben vedere, trasforma il divieto in un esperimento filosofico: esiste una norma senza sanzione? E, se esiste, è ancora una norma o è già letteratura?

A questo punto, la domanda sorge legittima: è genetica questa allergia al limite? È un retaggio di un passato brigantesco – con tutto il rispetto per i briganti, che almeno avevano un codice – o è una sindrome più moderna, una sorta di “io-non-sono-gli-altri-ismo” cronico?

La risposta, temo, è meno romantica. Non c’entra il DNA, non c’entra la storia. C’entra una forma elementare di convenienza: rispetto la regola solo quando qualcuno me la fa rispettare. È il civismo a intermittenza, quello che funziona a sensore di presenza: se c’è il vigile, sono un cittadino modello; se non c’è, divento un esploratore normativo.

Eppure, basterebbe poco. Davvero poco. Un guinzaglio in più, un metro di distanza dalle aiuole, una minima adesione all’idea – rivoluzionaria, lo ammetto – che lo spazio pubblico non sia una somma di libertà private, ma un equilibrio fragile tra diritti reciproci.

Lei, sì, proprio lei, strano personaggio, che un cane ce l’ha e non ce lo porta “neanche per un minuto”, compie un gesto quasi sovversivo, lo sa?, rispetta la regola anche quando potrebbe non farlo. È l’eroismo silenzioso della normalità, categoria ormai in via di estinzione.

Forse la soluzione non è neanche nei controlli – che pure aiuterebbero, perché il senso civico, come certe piante, ha bisogno di irrigazione costante – ma in una forma di pressione sociale al contrario. Non più l’indifferenza complice, ma un leggero, educato disagio: lo sguardo che dice “stai sbagliando” senza bisogno di urlarlo.

Nel frattempo, la Torre Guevara resta lì, a guardare. Ha visto secoli di storia, invasioni, trasformazioni. Resisterà anche ai cani sulle aiuole. Ma sarebbe bello, ogni tanto, darle una tregua. Non per lei, che è abituata. Per noi, che dovremmo esserlo un po’ meno.

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