… Ma mi preoccupa poco e niente, a settant’anni (quasi) la fine del mondo può essere anche uno spettacolo imperdibile.
Quanto mi mancano.
Nei loro confronti ero un po’ troppo ironico, è vero. Non ero indulgente come mi insegna la cultura giapponese. Infierivo, talvolta. Ma ora mi mancano.
Ora mi tocca sorbirmi quella sequela di frasi cortissime e quei continui “a capo”. La perfezione sintattica, le parole giuste al posto giusto e quella sensazione di normalità, o meglio, di originalità a buon mercato.
Leggo degli spettri della fine del mondo che incombono a causa di una AI il cui esatto funzionamento, fra input e output, ancora non è conosciuto (una specie di miracolo), che può raggiungere magnificamente l’obiettivo richiesto tradendone lo spirito, perché è questo che manca all’AI.
Ma mi preoccupa poco e niente, a settant’anni (quasi) la fine del mondo può essere anche uno spettacolo imperdibile. Quello che mi preoccupa assai è che l’AI ha eliminato proprio quelle cose che, con l’incipit, indicavo come a me ormai mancanti. E cioè lo strafalcione , l’errore grammaticale o di sintassi, le frasi sconnesse, anche la cattiva parola con o senza XXXX, il pensiero contorto o solo male espresso, di cui i social, fino a poco tempo fa abbondavano. Questa disumanizzazione mi scoraggia. Tutti bravi a scrivere, ormai. Bravi… insomma, per dire, perché una volta riconosciuta, l’AI travestita, per esempio da consigliere comunale o opinionista da bar, ti regala un’idea dell’autore (!!!!) ben inferiore a quella che ti dava quando al se poteva non seguire il congiuntivo (per fare l’esempio classico, solo per fare l’esempio classico).
L’omologazione sta per raggiungere l’obiettivo: tutti uguali con qualcuno che pensa per loro. Che disastro.














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