Quando la qualità della vita è materia non in programma.
Potenza sembra aver smarrito il passo. Non è un crollo fragoroso, non una rovina teatrale: è piuttosto una discesa lenta, quasi educata, come chi scivola senza far rumore per non disturbare. La povertà avanza con discrezione, l’economia ansima, il commercio si spegne una serranda alla volta. Nulla di improvviso, tutto inesorabile.
Ma ciò che più inquieta non è il presente — che pure basterebbe — bensì il futuro che si svuota. Lo spopolamento giovanile è ormai un rito silenzioso: valigie leggere, partenze senza clamore, lauree che prendono il largo insieme ai loro proprietari. I giovani studiano altrove e, una volta appreso che il mondo è vasto, decidono di abitarlo lontano da qui. Non per disamore, forse; più semplicemente per legittima aspirazione a una vita che non sia un accomodamento al ribasso.
Così il domani della città resta affidato a generazioni selezionate per sottrazione, private delle energie più robuste, esposte a una mediocrità che non fa scandalo ma si adagia in un placido andante. Non è l’abisso a spaventare, è la tiepidezza: quella capacità tutta provinciale di sopravvivere senza slanci, di amministrare il declino come fosse una forma di stabilità.
Le classi dirigenti, già oggi, paiono dibattersi in acque basse, più attente a non disturbare equilibri personali che a definire un autentico interesse pubblico. E se si cercasse un argine, un contrappeso, un controllo, lo si troverebbe affidato a una giustizia dalla reattività pachidermica, solenne e lenta come un elefante sazio. Il controllo politico, dal canto suo, è un’astrazione: l’opposizione si manifesta in forma lieve, quasi cinguettante — un garbato dissenso da passerotto ben pettinato — mentre sotto il velo del politicamente corretto prospera un consociativismo che ha la grazia del velluto e la sostanza della ragnatela.
Intorno, a fare da cornice, un senso civico appannato e una dignità che talvolta ricorda quella del suddito rassegnato: non più indignato, non più partecipe, soltanto adattato.
E pensare che Potenza è stata — non tanto tempo fa — ridente, ordinata, dignitosa nella sua misura. Oggi appare più povera, più trascurata, più incline alla resa che alla protesta. Non è una tragedia che si consumi sotto i riflettori; è una malinconia che si deposita sui marciapiedi, nelle vetrine vuote, negli sguardi di chi resta.
Le speranze non sono del tutto spente — le città, come le persone, sanno sorprendere — ma occorrerebbe almeno riconoscere la propria stanchezza. Perché il vero pericolo, per Potenza, non è la caduta: è l’abitudine a cadere senza più accorgersene.

















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