Per questo è il dubbio che deve tormentare il giudicante fino a sfinirlo, se tendessimo a una giustizia più vicina alla verità possibile. Ma il dubbio, quello che ti rode dentro, pare sia diventata l’ultima necessità in un mondo nel quale la certezza abita la mente dei più.
I fatti di Garlasco, o meglio i fatti processuali di Garlasco ci offrono, finalmente, la giusta chiave di lettura della giustizia. A seguito di un processo che potremmo definire di secolarizzazione della giustizia, cioè di una riscoperta della giustizia come prodotto meramente umano, affatto privo di ogni sacralità, la giustizia ci appare come una convenzione, non come la ricerca della verità, ma, appunto, come una mera convenzione non fondata sulla storia dei fatti, ma sulla interpretazione umana di quel surrogato dei fatti che, in ogni maniera, cioè anche con menzogne o imbrogli, è venuto alla luce.
Mai come dopo Garlasco sappiamo che la giustizia è solo una maniera per andare avanti, fa niente come. L’errore giudiziario, che può derivare da interpretazioni sbagliate, da ricostruzioni artefatte, sviamento indotto o soltanto pregiudizio, non è una eccezione, ma presumibilmente la regola, giacchè non è verificabile la autorevolezza di una sentenza, che rimane un racconto, nel quale le sensazioni umane , le furbizie, gli imbrogli si mischiano con gli elementi fattuali, ricreando una verità che rimane solo processuale e che con la verità vera ha poco a che fare, anche quando capita che coincidano.
E’ così facile che una decisione subisca condizionamenti irrazionali che non è sbagliato ritenere in ipotesi sbagliata ogni decisione giudiziaria.
Dal che ecco la sua natura convenzionale: la giustizia come modo di risolvere questioni e punto; non già come accertamento della verità e delle colpe, giacchè questo è impossibile all’uomo, anche al più giusto, al più equilibrato, al più equanime.
Per questo è il dubbio che deve tormentare il giudicante fino a sfinirlo, se tendessimo a una giustizia più vicina alla verità possibile. Ma il dubbio, quello che ti rode dentro, pare sia diventata l’ultima necessità in un mondo nel quale la certezza abita la mente dei più.
Quell’”io ho ragione” che abita nella coscienza di ogni parte del giudizio, finisce per essere il mantra del giudicante, il quale si assume il potere di conoscere la verità, solo perché è il frutto della sua personale ricostruzione.
La giustizia, alla fine, non ha nulla di razionale, non è verificabile, non può avere certificati di assolutezza. Rimane la cosa più relativa che esista e, come tale, la più umana, quindi la cosa meno scientifica che esista al mondo. E come tale andrebbe vissuta: con le sue miserie, i suoi errori, la sua, detta semplicemente, inaffidabilità connaturata alla sua essenza di attività umana, non scientifica, giammai verificabile.
E allora, gli interpreti di questa giustizia, tutti, dovrebbero ritrovare la dimensione giusta di artefici di mere ipotesi, capaci di rovinare un uomo e salvarne un altro. Non è sbagliato affermare che null’altro al mondo si regge su una ipotesi, ma l’ergastolo comminato con una sentenza sì.
Nella stagione dell’intelligenza artificiale dovremmo chiederci se sia possibile che la giustizia possa avere tanta autorità e autorevolezza rimanendo, alla fine, una ipotesi.
Chiediamocelo, e riconquistiamo l’umiltà che un’ipotesi necessariamente deve presupporre.
E per finire, ci rendiamo conto della cifra della giustizia italiana dopo Garlasco? Non un arresto sbagliato che, poi, una sentenza cancella, ma una sentenza definitiva che relega un cittadino a passare ingiustamente la sua giovinezza in galera. Forse dovremmo quantomeno cambiarle il nome.
















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