Rappresento quindi sono.
La democrazia rappresentativa è quella raffinata invenzione per cui il popolo esercita la sovranità… ogni cinque anni, con gesto solenne, infilando una scheda nell’urna e poi tornando serenamente a casa. Da lì in poi, subentra la modalità “aggiornamento di sistema”: non disturbare il conducente.
Il nodo, come lei sa bene, è il divieto di vincolo di mandato (art. 67 Cost.): il parlamentare rappresenta la Nazione, non il collegio, non il partito, non l’elettore che lo ha votato dopo aver ascoltato promesse scandite con zelo notarile. Rappresenta la Nazione. Entità metafisica, notoriamente silente.
Il risultato è una figura professionale nuova: il rappresentante elastico. In campagna elettorale è granitico; in Aula è liquido. Prima “mai con Tizio”, poi “responsabilità istituzionale”; prima “mai quel provvedimento”, poi “lo impone l’interesse superiore”; prima “io resto”, poi “valuto”. La coerenza è un’opinione, la maggioranza un’esperienza interiore.
Non stupisce che l’assetto assuma tratti oligarchici: poche centinaia di decisori effettivi, selezionati da liste compilate altrove, immersi nello stesso habitat regolamentare, con identiche prerogative, medesime indennità, comune sensibilità per le guarentigie. Un acquario temperato, dove i pesci litigano in pubblico e si scambiano ossigeno in privato.
L’assenza di vincolo di mandato viene difesa come presidio contro la tirannia dell’elettorato istantaneo — e, in effetti, la teoria è nobile: evitare che il parlamentare sia mero delegato esecutivo. Ma tra l’indipendenza di giudizio e l’autonomia da memoria elettorale c’è una sottile differenza: la prima è virtù costituzionale; la seconda è ginnastica acrobatica.
Così accade che il rappresentante non sia più longamanus del popolo, bensì homo autonomus in habitat protetto. Categoria a sé, con linguaggio proprio (“governabilità”, “responsabilità”, “perimetro”), rituali propri (fiducie, rimpasti, gruppi misti), e una solidarietà corporativa che sopravvive a ogni scontro televisivo.
Del resto, è un sistema elegante: il cittadino sceglie, il rappresentante decide, e tra i due corre un filo sottile chiamato “fiducia”. Un filo robusto quanto basta a reggere fino alla prossima campagna elettorale, quando tutto ricomincia: promessa, mandato libero, sorpresa finale.
La democrazia rappresentativa non è un bluff. È un numero di illusionismo costituzionale eseguito con perizia: la carta la sceglie lei, il mazzo lo tiene il prestigiatore.

















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