Sensi unici, centro storico e un futuro da costruire.

Sensi unici, centro storico e un futuro da costruire.

Occorrerebbe un disegno futuristico del centro, una -come si suole dire, spesso, in politica; ma solo dire, sia chiaro) visione, anche se folle.

Sui sensi unici a Potenza e centro storico fra crisi e futuro.

Fino a fine aprile 2026 sono rimaste in vigore le determine dirigenziali che istituivano il senso unico su corso Garibaldi e su corso Umberto. Le stesse determine avevano previsto la loro durata in 120 giorni, allo scadere dei quali sarebbe dovuto intervenire un nuovo provvedimento, di conferma, di modifica o di revoca. In mancanza di una conferma, di una modifica e di una revoca, il termine comunque è scaduto e la determina ha perso ogni efficacia. Cionondimeno i sensi unici continuano a essere in vigore, o meglio, continuano a essere imposti, senza alcuna base giuridica, però.

Le conseguenze potrebbero essere potenzialmente esplosive, giacchè la cittadinanza è costretta a sopportare un regime non più valido, il che, se tradotto in termini di danni, ebbene questi potrebbero sussistere eccome.

Non è dato capire perché il dirigente competente non abbia fatto nulla. Del resto se il provvedimento era stato adottato in via sperimentale, e la sperimentazione si ritiene debba continuare, basterebbe emettere un’altra determina, che però non può essere di proroga della sperimentazione, perché questa è cessata, ma solo di conferma definitiva, di modifica o di revoca, appunto.

A meno che il dirigente competente, o al ramo, se si preferisce un’espressione più classica o poetica, non dia per scontato che il termine auto determinato possa essere prorogato col la sola forza del pensiero. Ipotesi anche affascinante e semmai da sottoporre al vaglio della Corte Costituzionale (tutti in piedi).

A margine ogni valutazione sugli esiti della sperimentazione, cosa che mi astengo dal valutare non avendo dati, e non sapendoli comunque elaborare, riuscendo solo a percepire lamentele.

Evidentemente, comunque, la crisi del centro storico ha radici profonde. I negozi chiudevano prima dei sensi unici e chiudono ancora dopo. Pare comincino ad abbassare le serrande anche i negozi decentrati in via del Gallitello, zona rimasta incompiuta, priva di una percorribilità a piedi completa e destinata ad allagarsi a ogni pioggia un po’ più che normale.

Né a riportarlo in vita possono bastare le iniziative del sabato. Occorrerebbe un disegno futuristico del centro, una -come si suole dire, spesso, in politica; ma solo dire, sia chiaro) visione, anche se folle. Una visione che non sia ancorata esclusivamente al commercio, chè, vivaddio, è pure passato un po’ di moda, dopo decenni dedicati solo allo spendere, ma che abbracci ogni componente del vivere bene. E quindi, che so, una biblioteca, un’emeroteca, luoghi di incontro, angoli di serenità all’aperto, spazi per la creatività, spazi, perché no, per attività fisica all’aperto, una sorta di percorso ginnico che parta dal parco Montreale e finisca alla Torre Guevara, percorsi culturali che colleghino zone storiche, chiese e squarci di vedute (meraviglioso il panorama che si gode dal belvedere di Porta Salza), angoli dove le persone possano sedere all’ombra e semplicemente chiacchierare (va recuperata la dimensione nobilmente provinciale della città) e, magari, la butto lì, chiudere il centro al passaggio delle autovetture creando una grande isola pedonale, recuperando, però, l’uso dei trasporti meccanici e rendendo efficienti le linee urbane, con parcheggi sulle soglie delle entrate dei passaggi meccanici, oltre a rendere davvero e meglio ancora fruibile la metropolitana tanto poco usata e tanto da valorizzare. Ne trarrebbero vantaggio i vicoli della città che, se resi percorribili, fruibili, vivibili, costituirebbero un patrimonio inestimabile della città.

Per fare tutto questo occorre un urbanista, però, oltre a una continua consultazione con la popolazione, perché è vero che una città cresce solo se la consapevolezza di volerla bella è di tutti; se tutti i cittadini si sentono responsabili; se ognuno si assume un briciolo di onerosa operosità per il bene collettivo e se l’amministrazione diventa abile regista di tutto questo. Diversamente avremo sempre chi si lamenta, chi decide e chi se ne frega. E così non va. Almeno in democrazia. Del resto se l’abbiamo voluta, la democrazia, abbiamo il dovere di assumere le vesti di cittadini, dismettendo i panni del suddito che elemosina un favore e che non si accolla una responsabilità.

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