Non te regghe più.
La politica dell’insulto
C’è da chiedersi se l’italiano medio si diverta davvero.
Se provi un sottile piacere — magari serale, magari televisivo — nell’assistere a questa rissa permanente che chiamiamo dibattito politico. Perché, a guardarla bene, sembra proprio una rissa: non una contesa di idee, non un conflitto civile tra visioni diverse, ma un mercato dell’invettiva dove ogni parola deve essere più tagliente della precedente.
Non basta più dissentire. Bisogna demolire.
Non basta criticare. Bisogna delegittimare.
Non basta avere torto o ragione: occorre trasformare l’avversario in un nemico.
Il lessico della politica italiana ha ormai preso in prestito quello della tifoseria più incandescente. Gli apprezzamenti reciproci oscillano tra la caricatura e l’ingiuria; le sfumature sono state abolite per decreto mediatico; la moderazione è diventata un sospetto di debolezza.
E allora viene da domandarsi: davvero questo piace agli italiani?
Davvero il cittadino che ogni giorno affronta file, tasse, servizi che funzionano a metà, una sanità affaticata e un welfare che perde pezzi, desidera vedere i suoi rappresentanti trasformati in duellanti da talk show? Davvero si sente rappresentato da questo teatrino dove la frase più efficace è quella che fa più male?
Il dubbio è legittimo.
Forse — e sarebbe un’ipotesi meno consolatoria — questo clima non è solo prodotto dalla politica. Forse la alimenta anche. La moltiplica. La diffonde come un virus culturale. Perché il linguaggio pubblico ha una straordinaria capacità mimetica: scende dalle tribune parlamentari ai bar, dai social alle tavole di famiglia.
La politica, in fondo, educa. Anche quando non se ne accorge.
Se il confronto pubblico diventa una gara di disprezzo, non stupisce che la convivenza sociale si incattivisca. Se il Parlamento sembra un’arena, non meraviglia che il cittadino impari presto che discutere significa urlare. E se l’avversario politico è descritto come un pericolo da estirpare, non è difficile immaginare che la stessa logica contamini i rapporti quotidiani.
Nel frattempo, mentre la politica si esercita nell’arte dell’offesa, lo stato sociale mostra sintomi sempre più evidenti di malattia cronica. Sanità in affanno, servizi pubblici diseguali, fragilità sociali che crescono silenziosamente.
Ma di questo si parla meno.
Perché è meno spettacolare.
Curare un sistema sanitario richiede competenza.
Insultare l’avversario richiede solo voce.
E tuttavia c’è un dettaglio curioso che meriterebbe qualche riflessione in più. Perché mentre le opposte fazioni si scambiano accuse, sospetti e invettive con foga quasi tribale, esiste un territorio nel quale la contrapposizione improvvisamente si attenua: l’habitat comune del potere.
Lì, improvvisamente, maggioranza e opposizione respirano la stessa aria ovattata. Condividono privilegi, lauti appannaggi, prerogative speciali. La distanza feroce che separa i discorsi sembra ridursi quando si tratta delle condizioni materiali della politica.
Fuori, il conflitto è spettacolo.
Dentro, il sistema resta sorprendentemente confortevole per tutti.
E così la politica sembra aver scelto la strada più semplice: produrre conflitto invece di governarlo, trasformare il dissenso in spettacolo e la complessità in slogan.
Resta da capire se gli italiani continueranno a pagare il biglietto per questo spettacolo.
O se, prima o poi, qualcuno chiederà di cambiare programma.

















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