Quattro corsie, pfui!

Quattro corsie, pfui!

Chi va piano va sano e rimane in regione.

In Basilicata l’unica arteria per così dire veloce è la Basentana. Per il resto non ci sono treni degni di questo nome, né aerei. I lavori di risistemazione dei ponti della Basentana languono da decenni. Con i tempi che si stanno impiegando per ristabilire su tutta la Basentana le quattro corsie, i cinesi avrebbero costruito un ponte per la luna, i giapponesi un ponte per l’Australia e anche i genovesi avrebbero realizzato un ponte che circumnavigasse tutta Genova.
La domanda è semplice ed è questa: perché?

Perché? Domanda semplice, risposta complicata. O forse no: risposta semplice, ma talmente scomoda che preferiamo complicarla.

Proviamo a mettere in fila qualche ipotesi, con il dovuto rispetto per la realtà e il necessario disincanto per chi la osserva da anni.

La burocrazia, anzitutto. Non è lentezza: è una forma d’arte. Ogni ponte ha il suo balletto di carte, pareri, contropareri, varianti, sub-varianti, “adeguamenti progettuali”, musi, dispetti e dimenticanze che sembrano usciti da un romanzo russo.

Poi c’è la responsabilità, entità evanescente. Le opere pubbliche hanno molti padri quando si inaugurano e nessuno quando si fermano. Così i cantieri restano lì, come frasi senza verbo: tutti coinvolti, nessuno responsabile.

Non va trascurato il modello economico implicito: il cantiere eterno. Un’opera finita smette di produrre incarichi; una incompiuta, invece, genera perizie, proroghe, varianti. Una piccola economia circolare, perfettamente autosufficiente.

La geografia aiuta, o meglio: viene in soccorso. Territorio difficile, frane, vincoli. Tutto vero. Ma la verità, ripetuta abbastanza, diventa alibi. E alla fine pare che riparare un ponte sia impresa più ardua che scalare l’Himalaya a piedi scalzi e costume da bagno.

C’è poi l’assenza di urgenza percepita. Se la Basentana fosse altrove, sarebbe emergenza. Qui è questione annosa. E ciò che è annoso smette di essere urgente, diventa paesaggio.

Il paradosso della marginalità completa il quadro: meno sei centrale, meno fai rumore; meno fai rumore, meno ottieni; meno ottieni, più resti marginale. Un circuito perfetto, quasi elegante nella sua crudeltà.

Infine, la politica del nastro rinviato. Tagliare un nastro conviene. Ma se il nastro non arriva mai, si può continuare a promettere di tagliarlo. È una promessa che non scade.

Dunque, perché?
Perché non c’è una sola causa, ma un sistema. Un equilibrio stabile fatto di lentezza, convenienze diffuse e assenza di rottura, un contesto prono, con l’inchino facile e la protesta come una bestemmia e il politico lucano che elemosina senza neanche insistere col braccio teso.

Ma in fondo la Basentana non è solo una strada: è una metafora.
Non collega soltanto luoghi, ma tempi diversi: quello reale e quello promesso, quello del resto d’Italia e quello dell’isola senza mari attorno; quello che collega la Basilicata dal resto del mondo.

E, come tutte le metafore ben riuscite, non porta mai davvero a destinazione.

La basilicata la regione d’Italia più lontana da Roma, quella che le quattro corsie sono un lusso esagerato, un treno veloce, ma anche solo un treno, non più di uno sfizio, un aereo un mezzo che neanche si sa come sia fatto.

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