Se i poteri si ingiuriano e minacciano, la democrazia è al capolinea.
C’è un paradosso che cammina sulle sue stesse gambe e inciampa nella propria ombra.
Da un lato, Silvio Berlusconi che, con la consueta postura da imprenditore prestato alla metafisica istituzionale, contestava una sentenza e si diceva vittima di un accanimento giudiziario. Dall’altro, pezzi della magistratura che, in nome della difesa della Costituzione, scendono nell’agone referendario per opporsi alla separazione delle carriere. Entrambi rivendicano un confine. Entrambi lo attraversano.
La scena è quasi teatrale: il potere giudiziario e il potere politico si accusano reciprocamente di invasione di campo mentre calpestano la stessa linea laterale. È come se l’arbitro protestasse contro l’allenatore perché entra in campo, restando però lui stesso a centrocampo a discutere lo schema.
La separazione dei poteri non è una suggestione letteraria: è un’architettura. E in un’architettura seria, i muri portanti non fanno conferenze stampa contro le finestre. Il Parlamento legifera, il Governo governa, la Magistratura giudica. Non è una trilogia elastica: è un equilibrio dinamico ma definito. Se ciascuno pretende di sindacare pubblicamente la legittimità politica dell’altro, la costruzione si trasforma in un condominio litigioso dove ogni piano vota contro l’ascensore.
Nel merito: una legge, anche quella sulla separazione delle carriere, è atto politico. Può piacere o non piacere. Può essere impugnata, sollevata davanti alla Corte, dichiarata incostituzionale. Ma finché è nel circuito parlamentare o referendario, la responsabilità è politica. Ne rispondono i parlamentari davanti agli elettori. Non i giudici.
Quando segmenti della magistratura assumono una posizione pubblica e organizzata in un conflitto referendario, compiono un salto qualitativo: da interpreti della legge a portatori di un indirizzo politico. È una scelta legittima sul piano individuale — ogni cittadino vota e pensa — ma problematica sul piano istituzionale. Perché la toga non è un impermeabile: non si appende all’attaccapanni dell’assemblea e si riprende all’uscita senza lasciare tracce.
Il punto non è negare ai magistrati libertà di opinione. È chiedere coerenza sistemica. Se si invoca l’autonomia e l’indipendenza come barriera contro l’ingerenza della politica, quella stessa autonomia impone un autocontenimento speculare. L’indipendenza è una strada a doppio senso: non può essere scudo quando conviene e clava quando serve.
E qui il cerchio si chiude, con un sorriso amaro. Perché quando la magistratura entra nel campo politico, offre — involontariamente ma oggettivamente — un argomento a chi, come Berlusconi, ha costruito la propria narrazione sulla politicizzazione della giustizia. È come consegnare il fiammifero a chi sostiene che la casa brucia per dolo.
Non si tratta di equiparare responsabilità storiche o morali. Si tratta di riconoscere una simmetria logica. Se il giudice contesta pubblicamente la legge prima ancora di applicarla, il politico condannato troverà più agevole contestare la sentenza prima ancora di leggerla. È un effetto domino istituzionale: ogni deroga crea un precedente retorico.
La divisione dei poteri non è un galateo. È un dispositivo di sicurezza. Funziona finché ciascun potere accetta di essere potente entro il proprio perimetro. Quando quel perimetro diventa elastico, la Repubblica somiglia a una partita senza arbitro, dove tutti fischiano e nessuno gioca.
E alla fine, il rischio è questo: che la giustizia venga percepita come una parte e la politica come una controparte permanente. Non due poteri distinti, ma due tifoserie. E quando le istituzioni diventano curve, la Costituzione non è più una carta fondamentale: è un vessillo da agitare contro qualcuno.
La vera forza di un potere non sta nel farsi sentire ovunque. Sta nel saper tacere dove non deve parlare.

















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