Io tifavo Atalanta, ma ora tifo Roma.
Ma se siamo schierati ufficialmente con l’Ucraina e le forniamo le armi, non significa che siamo, di fatto, in guerra? E se siamo in guerra, quando lo abbiamo deciso? Anzi, chi l’ha deciso? Siamo sicuri che siano state rispettate tutte le norme, soprattutto quelle costituzionali?
Domande, alla fine, balorde, in uno Stato che della Costituzione ne ha fatto soltanto il vestito buono per le feste.
Da noi è in essere da anni la relativizzazione di tutto, a seconda del bisogno decliniamo i nostri principi, scritti e non, le regole, i valori. Interpretiamo tutto secondo le necessità. Un po’ come avviene in Cassazione o presso la Corte Costituzionale, nelle cui decisioni, di entrambe, è sempre possibile trovare la sentenza che ti serve, diceva un vecchio saggio avvocato, quella che fa al caso del tuo cliente, salvo trovarne altre dieci che dicono il contrario o che stanno a metà del guado giuridico.
Questo processo di relativizzazione di tutto, ha portato alla fine a un concetto del diritto, dei comportamenti politici e sociali di un paese a quella fluidità che ci riporta al “panta rei” di Eraclito, solo in salsa moderna, rivisitato, ecco, come usa dire delle uova fritte da mangiare al ristorante alla moda.
La conseguenza è che mancano del tutto ancore cui rimanere appoggiati per almeno cinque minuti. Manca stabilità e di conseguenza manca ogni certezza, da quella del diritto a scendere. Cioè proprio il contrario di ogni consolidato principio finora decantato, gridato e dato per punto fermo.
Gli italiani continuano a dividersi fra il bianco e nero, come tifoserie violentemente avversarie, ma la verità è che la vita scorre su un livello diverso dove le declinazioni si sono moltiplicate secondo canoni non ancora definiti e neanche in via di definizione. Lo stato apparentemente confusionale non è tale da parte di chi gestisce il fenomeno. Forze occulte che, a tavolino, fanno progetti il cui fine non è il bene pubblico ma il consolidamento di ogni potere nelle mani di chi viene scelto a prescindere dell’appartenenza politica, che rimane una maschera da cambiare secondo schemi sconosciuti.
Che il popolo sia un gregge da portare a spasso e rinchiudere alla sera è qualcosa di talmente certo o ovvio che di più non si può. La differenza col passato sta nella errata consapevolezza di vivere in assoluta libertà, quando, invece, di libertà ce ne è davvero poca se non proprio nessuna e nella effettiva possibilità di ambire a qualsiasi vizio, o quello che fino a ieri si riteneva vizio, a compensazione della impossibilità di pensare con la testa propria.
Ma, a proposito, siamo in guerra o no?

















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