Alla fine se la cantano e se la suonano da soli, mentre la città sopravvive.
Accade a Potenza che la comunità cittadina trovi motivo di esultanza in due eventi di portata simbolica quanto discutibile: la festa della birra e la prospettiva, ancora tutta da verificare, di un nuovo stadio. È questo il livello del dibattito pubblico, l’orizzonte entro cui si misura l’entusiasmo collettivo: un boccale di luppolo e un’arena sportiva che, più che promessa di sviluppo, suona come diversivo.
Eppure la città, sotto questa patina di entusiasmo, è afflitta da contraddizioni che gridano vendetta. I servizi pubblici sono al lumicino: i trasporti oscillano tra l’inefficienza e la caricatura di se stessi, mentre l’offerta ospedaliera, in teoria presidio di civiltà, mostra falle strutturali che costringono molti a cercare altrove ciò che dovrebbe essere garantito in loco. Si tratta di un impoverimento non solo materiale, ma simbolico: una comunità che abdica alla cura dei propri cittadini abdica, in fondo, alla propria stessa ragion d’essere.
Sul piano demografico, il quadro è persino più desolante. Potenza è una città che non genera più vita: la natalità è ridotta ai minimi termini, i pochi giovani scelgono altrove il proprio destino, e ciò che rimane è un progressivo svuotamento delle case, delle strade, delle piazze. Non siamo di fronte a una semplice flessione numerica, ma a un vero e proprio processo di desertificazione umana, nel quale il vuoto diventa cifra del quotidiano.
L’università, che dovrebbe costituire fucina di energie intellettuali e laboratorio di futuro, non riesce a scrollarsi di dosso l’immagine di un’istituzione costosa e poco produttiva. Peggio ancora, raccoglie anno dopo anno sempre meno studenti, segno inequivocabile della sua scarsa attrattività. I corsi formano, sì, ma non radicano, non trattengono. L’ateneo appare spesso come una tappa di passaggio, un trampolino da cui saltare verso altri lidi, più promettenti e meglio organizzati. Il paradosso è evidente: la città sostiene un’istituzione che, invece di generare linfa vitale, alimenta il flusso migratorio in uscita.
E poi c’è la burocrazia, eterna protagonista in negativo. Una macchina amministrativa che pare immersa in una nebbia fitta, simile a quella padana evocata per metafora, che tutto avvolge e tutto rallenta. Le pratiche si perdono, i progetti restano sospesi in un limbo, le decisioni si sfilacciano in un’attesa senza tempo. È la paralisi elevata a sistema, la mediocrità assunta a regola.
Così, mentre si brinda in piazza e si favoleggia di impianti sportivi futuribili, Potenza scivola lungo un pendio di irrilevanza. È il trionfo dell’effimero sull’essenziale, dell’apparenza sul merito, della festa sull’impegno. Una città che si compiace di piccoli stordimenti, ma che sembra aver smarrito il coraggio di interrogarsi sul proprio destino.
E allora, davvero un boccale di birra o un nuovo stadio potranno bastare a colmare il vuoto di una comunità che non fa più figli, non trattiene i giovani, non attrae studenti e non investe sul sapere? O non siamo, piuttosto, di fronte all’ennesimo rituale consolatorio, con cui si maschera un declino che ormai non ha più bisogno di annunciarsi, ma soltanto di essere preso atto?

















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