Caro giovane potentino, prima di scappare, lasciaci un commento, una speranza, un sogno.
Potenza è una città che si vive male, eppure è la stessa che si racconta bene. Ci cammini dentro come in un corridoio stretto, soffocato, dove l’aria è quella che è e il panorama, spesso, più povero che ricco. Ma basta fermarsi un attimo, alzare lo sguardo e lasciare che la mente si diverta a leggere i segni — segni di degrado, di improvvisazione, di promesse mai mantenute — ed ecco che la città, da luogo ingrato, si trasforma in materia viva per le parole.
È come se Potenza, incapace di darsi una veste dignitosa, avesse almeno il dono di offrirsi, senza pudore, al commento, alla satira, alla riflessione. Una città che non ti regala il piacere di abitarla, ma ti concede quello, sottile e gustoso, di parlarne. E in questo parlare, nel descrivere i suoi difetti, i suoi ridicoli tentativi di apparire adulta, si finisce quasi col volerle bene, come a un adolescente che inciampa di continuo ma che non puoi smettere di guardare.
Perciò non ci si stupisca se di Potenza scrivo spesso: non è per nostalgia, né per amore sviscerato. È piuttosto per quel gusto amaro che si ricava dal commentarla, perché la città, vivendo male, sa però offrire — e questo è il suo paradossale privilegio — una materia inesauribile di racconto.
Con un sorriso

















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