Potenza, città dell’aria pesante (non per lo smog).
A Potenza l’aria è una cosa seria. Non tanto per ciò che contiene — polveri sottili, scarichi, qualche effluvio urbano di ordinaria trascuratezza — quanto per ciò che trasmette. Qui si respira rispetto. Non quello civile, che si deve ai luoghi e alle persone, ma quello più denso, quasi oleoso, che si riserva ai potenti. Un rispetto così pervasivo da poterne fare scorta con un respiro profondo, come se fosse ossigeno istituzionale.
Il potente, a Potenza, è una figura complessa. Va criticato, certo. È buona regola farlo. Ma al chiuso. In ambienti controllati. Meglio se con le finestre serrate e le tende tirate, tra pochi amici selezionati con cura notarile. La critica pubblica, invece, è un esercizio ginnico per pochi: richiede un coraggio che sfiora l’imprudenza e una vocazione all’isolamento sociale che non tutti possono permettersi.
E infatti, quando si incontra uno di questi rari esemplari — il critico libero, quello che parla senza abbassare la voce — lo si osserva con una sorta di rispetto laterale, misto a timore reverenziale. Ci si avvicina, si annuisce, si sussurra qualcosa di complice. Poi, con eleganza, si ristabilisce la distanza. Ufficialmente, s’intende. Che non si dica.
A Potenza, del resto, il rispetto è una coltura intensiva. Si coltiva ovunque: negli uffici, nei corridoi, nei bar, nelle anticamere del potere vero o presunto. E per “potenti” si intende una categoria ampia, elastica, inclusiva: dal portatore di coppola — simbolo più sociologico che folkloristico — fino al presidente del mondo, passando per ogni gradazione intermedia di influenza, reale o autoattribuita. Qui il rango non si discute: si percepisce, si intuisce, si anticipa.
Ma il vero capolavoro cittadino è un altro: la trasfigurazione della mediocrità. A Potenza, la mediocrità non è mai tale, se associata al potente. Subisce una metamorfosi semantica e diventa eccellenza. E non per distrazione, ma per convinzione ostentata, sostenuta con una faccia tosta che meriterebbe studi accademici.
Così, un’amministrazione meno che insufficiente diventa, nel racconto ufficiale dei potentini, una “ottima gestione”. Le buche nelle strade? Episodi isolati, quisquilie topografiche, dettagli da anime sensibili. I servizi scadenti? Una narrazione esagerata, quasi offensiva per l’impegno profuso. E chi osa sottolinearlo viene guardato con la stessa indulgenza che si riserva a chi non ha capito le regole del gioco.
Perché il punto, a Potenza, non è la realtà. È la sua versione autorizzata. Una sorta di verità parallela, costruita con cura, alimentata con costanza, difesa con disciplina. Una verità che si respira, appunto, insieme a quell’aria pesante che non è smog, ma sistema.
E allora cammini per le vie, scansando buche che non esistono, utilizzando servizi che funzionano sulla carta, vivendo in una città che — ti assicurano — è amministrata benissimo. E quasi ti convinci. Non del tutto, certo. Ma abbastanza da abbassare la voce la prossima volta.
Perché a Potenza si può dire tutto. Purché si sappia dove, quando e soprattutto con chi. E, più ancora, purché si sappia tacere al momento giusto. Che, guarda caso, è quasi sempre.
















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