Non c’è rimedio

Non c’è rimedio

Viva l’approssimazione, nemica della competenza, quindi valore da perseguire.

Facciamo un gran parlare di meritocrazia. La invochiamo come si invoca un santo nei momenti difficili: “ci vorrebbe più merito”, “servono le competenze”, “bisogna premiare i più bravi”. È diventata una parola rifugio, buona per ogni stagione e per ogni dibattito. Una specie di deodorante lessicale che copre, senza eliminarlo, l’odore, nauseante e persistente, della realtà.

Poi però, appena si passa dalle parole ai fatti, scopriamo che siamo un Paese profondamente affezionato a tutt’altro: all’incompiutezza umana. Non solo la tolleriamo: la coltiviamo con cura quasi artigianale. La fragilità diventa indulgenza, l’ignoranza si traveste da autenticità, l’arrivismo è scambiato per intraprendenza e l’incompetenza, con un piccolo sforzo retorico, si fa passare per “buon senso”.

In teoria celebriamo il merito; in pratica pratichiamo la familiarità. Il curriculum è un dettaglio, la relazione è sostanza. Le filiere politiche funzionano meglio di qualunque algoritmo di selezione: precise, efficienti, impermeabili a ogni verifica. E così, tra una raccomandazione e una sistemazione, anche il più modesto dei fidi trova la sua poltrona, possibilmente imbottita.

Non è nemmeno, a ben vedere, una questione di colore politico. È qualcosa di più profondo, quasi antropologico. La politica italiana non corregge i nostri difetti: li organizza. Non eleva, ma rappresenta. È lo specchio più fedele della nostra umanità minuta, con tutte le sue indulgenze e le sue scorciatoie. Un grande laboratorio in cui ogni vizio trova una funzione e ogni capriccio una giustificazione.

E qui entra in scena la democrazia, evocata come ultimo baluardo ma spesso utilizzata come livella universale. Non per garantire pari opportunità, ma per assicurare che nessuno emerga troppo. Perché il talento, perbacco, quando si distingue davvero, mette a disagio: rompe l’equilibrio, svela le mediocrità, crea imbarazzo. Molto meglio allora un rassicurante appiattimento, dove tutti sono un po’ tutto e nessuno è davvero responsabile di nulla.

Così combattiamo il meglio con le armi del “tutti valgono allo stesso modo”, che è un principio nobile trasformato in alibi collettivo. Il risultato è un sistema che diffida dell’eccellenza e premia la sopravvivenza, che teme la competenza e valorizza la permanenza. L’uno vale uno elevato a sistema, ma solo per favorire gli amici.

E allora sì, continuiamo pure a parlare di meritocrazia. Facciamone convegni, articoli, hashtag. Ma con la consapevolezza – almeno quella – che il nostro vero talento nazionale resta un altro: dire una cosa e organizzarci con straordinaria efficienza per fare l’esatto contrario, con faccia tosta, con supponenza, con tale altezzosa alterigia da non ammetttere reazioni. Chi reagisce è fuori. Fuori del sistema. Out. Ai margini. Ma potrebbe andare anche peggio. Potrebbero torturarlo, internarlo o, magari, accusarlo di qualcosa, processarlo, farlo finire sulle prime pagine. Basta un’inchiesta, non serve neanche la sentenza, che, dopo un bel pò di tempo, può anche assolverlo, tanto ormai l’è bello e distrutto. E amen.

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