L’acquario della politica. Si può guardare ma non si può toccare.
In Basilicata si sfiora la rissa in Consiglio regionale su una legge che introduce una sorta di vitalizio per i consiglieri. Nel Paese, intanto, monta la rissa verbale sul referendum per la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, con l’Associazione Nazionale Magistrati e una parte politica contrapposte come se non si discutesse di un assetto ordinamentale ma di una resa dei conti.
Due dossier che, in termini quantitativi, riguardano una platea ridotta: poche decine di consiglieri regionali; una frazione minoritaria di cittadini coinvolti in procedimenti penali. Eppure il livello di conflittualità è massimo. Perché?
1. La posta in gioco simbolica
La “pensioncina” regionale non è solo una voce di bilancio. È un simbolo. In una regione con indicatori socio-economici fragili, la percezione di una tutela privilegiata per chi esercita il potere politico attiva una reazione morale prima ancora che contabile. Il tema non è l’onere finanziario in sé, ma l’asimmetria tra chi decide e chi fatica.
Allo stesso modo, la separazione delle carriere non è soltanto una questione di ingegneria costituzionale. È il terreno su cui si misurano due legittimazioni: quella democratica della politica e quella tecnico-professionale della magistratura. Si discute di equilibrio tra poteri, ma si combatte per il primato nella narrazione pubblica.
2. Il conflitto come strategia
Quando i problemi strutturali – crescita stagnante, servizi inefficienti, diseguaglianze territoriali, sicurezza pubblica – non trovano soluzione, il conflitto identitario diventa uno strumento di mobilitazione. La polarizzazione produce appartenenza. È più semplice evocare il cataclisma (“attentato alla Costituzione”, “casta che si auto-premia”) che entrare nel merito di riforme complesse e impopolari.
Il cittadino resta spettatore. Non perché incapace di comprendere, ma perché escluso da un dibattito che privilegia l’ingiuria alla motivazione, l’allarme alla spiegazione. La politica drammatizza; la magistratura si difende; i partiti radicalizzano. La scena è occupata, il merito delle questioni evapora.
3. La minoranza che diventa totem
È vero: la maggioranza dei cittadini non sarà mai consigliere regionale né imputato in un processo penale. Ma queste minoranze funzionano da totem. Intorno a esse si proietta un’idea di Stato: Stato-privilegio o Stato-servizio; giustizia-potere o giustizia-garanzia.
Il conflitto, allora, non riguarda i pochi direttamente coinvolti. Riguarda il modello di convivenza. Solo che la discussione pubblica lo riduce a slogan, trasformando una questione ordinamentale in guerra di religione.
4. L’assenza di una cultura del limite
Ciò che colpisce non è il dissenso – fisiologico in democrazia – ma la sua degenerazione. La civiltà del diritto presuppone il riconoscimento del limite: il politico non delegittima il giudice; il giudice non invade il terreno della politica; l’assemblea discute senza scivolare nella rissa.
Quando il limite viene meno, il conflitto diventa permanente. E permanente diventa la sfiducia. Nel frattempo, fuori dai palazzi, il mondo brucia: guerre, povertà energetica, precarietà. Anche in Italia si stenta. Ma l’agenda pubblica è catturata da scontri che, per quanto rilevanti sul piano istituzionale, vengono narrati come duelli personali.
5. Cosa si nasconde?
Si nasconde una fragilità. La fragilità di classi dirigenti che faticano a costruire consenso su progetti di lungo periodo e preferiscono lo scontro simbolico. Si nasconde la difficoltà di parlare al Paese reale – quello del lavoro, della sanità, dei trasporti – senza ricorrere alla paura o all’indignazione.
Il popolo non è una mandria. Ma rischia di essere trattato come tale quando lo si convoca solo per applaudire o per temere. La democrazia, invece, è fatica argomentativa. È rispetto delle forme. È conflitto regolato.
Se manca questo, restano i polli nell’aia. E noi non possiamo permetterci uno stato aia.

















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