Levatemi tutto, anche corso Garibaldi, ma non privatemi di via Pretoria..
A Potenza, più che il traffico, si governa il concetto stesso di direzione. Non esiste più il “vado dritto”: esiste il “vediamo oggi cosa ha deciso l’assessore”.
C’è un fervore creativo che neanche nelle avanguardie artistiche del Novecento. Ogni mattina il potentino esce di casa con lo spirito dell’esploratore ottocentesco: non sa se tornerà, ma soprattutto non sa da dove. La strada che ieri lo portava al lavoro in cinque minuti oggi lo conduce, con elegante capriccio, verso una serie di svolte, anche a gomito, cunette filosofiche e sensi unici che sembrano concepiti da un labirintista cretese in libera uscita.
E qui si impone una riflessione sull’assessore, figura ormai mitologica, a metà tra amministratore e creatura di altra natura. Non è chiaro se abbia studiato traffico — ipotesi che appare quasi riduttiva — o se sia nato già “imparato”, dotato fin dall’infanzia di un innato senso dell’inversione. Più verosimilmente, siamo di fronte a un essere ibrido: metà assessore e metà oracolo viario, una specie di centauro amministrativo, con la parte umana incaricata di firmare le ordinanze e quella arcana dedita all’ascolto di superiori indicazioni.
Non si esclude, infatti, dai più informati, che, nelle ore notturne, egli entri in una sorta di trance operativa, durante la quale gli appaia San Gerardo in persona, il quale — con sobria autorevolezza — suggerisca: “Questa inverti. Quella restringi. Là crea un collo di bottiglia, chè tempra il carattere”. E lui, fedele esecutore di un disegno che sfugge ai più, traduce il verbo in segnaletica.
Le inversioni di senso, del resto, sono diventate una forma di linguaggio amministrativo. Non si comunica più con delibere o ordinanze: si comunica cambiando i cartelli. Il cittadino attento, per capire l’evoluzione politica della città, non legge i giornali ma gira in macchina.
E così accade che una strada a doppio senso, la sera, vada a dormire tranquilla e la mattina si svegli monca, privata di una direzione, come se nella notte qualcuno le avesse sottratto un’idea, si scoprono, insomma, improvvisamente a senso unico, con un entusiasmo quasi giovanile, salvo poi tornare al doppio senso dopo tre giorni, come chi ha provato una dieta e ha deciso che non fa per lui.
Il risultato è un cittadino ormai rieducato. Non si affida più all’istinto, né alla memoria, né tantomeno al navigatore (che è stato sottoposto a TSO). Procede con prudenza esistenziale, pronto a rimettere in discussione ogni certezza: “Era di qua ieri, ma oggi?”.
E tuttavia, paradossalmente, il giorno in cui nulla cambia — il giorno in cui tutte le strade restano come sono — si avverte un’inquietudine sottile. Un disagio. Una mancanza.
“Possibile — si chiede il potentino — che oggi non abbiano invertito niente?”
E allora rallenta, sospetta, guarda i cartelli con diffidenza, prova a ricordare -ma ieri da dove sono andato?- unico, al mondo, a non avere mai “Map” aggiornato. Il rientro a casa da abitudine è divenuta avventura e non nasconde il suo ormai insostituibile sogno: quello di poter trovare una casa, una sua casa, ogni sera là dove ha esaurito le forze, per poi trovarne un’altra il giorno dopo e un’altra ancora il giorno successivo, con un’unica speranza: che un giorno all’assessore non venga in mente di disporre il senso unico pedonale anche in via Pretoria.
Essere veri cittadini in una democrazia non è facile, ma a Potenza giuro che lo è di più.

















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