Italiani, brava gente.
Spesso più che la stima è la prudenza che ce consija a fa la riverenza.
Trilussa.
Questo motto romano, con firma d’autore, dovrebbe essere il monito costante per i politici e gli uomini di potere che, vanesi e di virtù lievi, sono convinti si tratti davvero di stima. Drogati da superdosi di inchini, veri o soltanto desumibili dallo sguardo umile e desideroso di un comando, non ci fanno più caso, allertando però i sensi quando qualcuno osi non riverire.
Ma questa dipendenza non è solo dei politici, permea infatti qualsiasi personaggio di potere, della burocrazia o d’altro. E’ connaturata siccome la sindrome della servitù volontaria, con la quale fa obbligatoria coppia. Ed è sindrome prettamente italiana. Agli aneddoti su regali a spasso in bicicletta nelle loro capitali o sulla Merkel che, a casa, addirittura, cucina e lava i piatti, noi opponiamo le spese con la scorta al supermercato o, rimanendo nei confini di casa e risalendo negli anni, al magistrato che ritira lo stipendio in banca sempre con scorta al seguito. Due mondi lontani divisi dalla considerazione che si ha della libertà: privilegio inestimabile e inattaccabile o inattaccato, all’estero, onere gravoso e inutile in Italia.
In Italia la libertà è merce di scambio, una specie di moneta, una carta di credito, fin troppo spesso accettata dai pos congeniti degli uomini di potere.
Dovremmo farcene una ragione e istituzionalizzare il fenomeno, declinando in termini economici la libertà, dandole un preciso valore a seconda del servizio che umilmente si chiede di prestare.
Così come istituzionalizzerei anche la mala vita organizzata, una maniera più concreta per tenerla a bada e farle pagare finalmente le tasse.
Idem per prostituzione e commercio di droghe. Quanto alla prostituzione, con l’incoerenza che lo stato di servilismo volontario comporta, ne sopportiamo l’esistenza e l’evasione da un paio di migliaia di anni e oltre. Quanto alle droghe preferiamo che le bande si spartiscano i territori al suono delle armi, ottengano profitti inestimabili ed evadano pure il fisco. Roba da descriverci come dei fessi giganteschi, personaggi buoni per una fiaba o un racconto dell’horror, giammai della vita reale. Eppure.
Tanto, noi italiani, al contrario degli stranieri (che alla fine saranno i veri fessi, giacchè fanno pure le file) abbiamo la soluzione: una bella confessione e via, più puliti di prima, pronti per il nuovo crimine alla luce del sole.
Mondo bischero, mondo deviato, dove le regole si leggono dritte e si rispettano storte. Dove è più da additare l’amico di un indagato che quest’ultimo, sebbene anche questi meriterebbe, prima di essere additato, di guadagnarsi una condanna, ma, come detto, quello che c’è scritto in costituzione va rispettato all’incontrario e ci mancherebbe, bastando, ahimè, la consumata espressione, dopo l’elenco dei fatti addebitati all’indagato, che dovrebbero essere ipotesi ma si leggono come fatti consumati “ma anche per tizio vale il principio di innocenza fino alla sentenza, principio che noi (il giornalista di turno) facciamo sempre nostro. Eccome! E’ sempre il gioco del servilismo di cui sopra: giammai sconfessare una indagine, anzi, se non riguarda un amico, dagli con lo sputtanamento. Poi se riguarda un amico ritorna la litania dei principi di non colpevolezza e compagnia cantante. Disgustoso.
L’ipocrisia italiana non ha limiti e merita il Nobel, solo esistesse per questa categoria.
Bacioni, estensibili.

















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