L’ascolto stereo di sè stessi

L’ascolto stereo di sè stessi

Quella sordità congenita.

C’è un tratto ricorrente nella figura del politico contemporaneo: sente soprattutto se stesso. La sua voce rimbalza nei talk show, si moltiplica nei social, si autoalimenta nel consenso immediato. L’orizzonte non è la comunità ma la traiettoria personale; non è il bene comune ma la carriera, possibilmente adornata da un’impresa attribuita al proprio genio.

All’inizio, certo, ci sono i sogni. C’è la promessa di cambiare le cose, di lasciare un segno. Poi accade qualcosa di più sottile e più potente: l’assuefazione alla carica. Il ruolo, da strumento, diventa fine. E la fisiologia del potere prende il sopravvento sull’idealità. Non si tratta più di trasformare, ma di restare. La conservazione del posto sostituisce la tensione al progetto.

In questo paesaggio, ogni tanto emerge una figura diversa. Un politico con due orecchie e una sola bocca. Non perché parli poco, ma perché ascolta molto. Perla ormai rara. E l’ascolto non è una posa retorica: è un esercizio faticoso. Significa esporsi a idee che contraddicono le proprie, accettare la complessità, rinunciare all’illusione dell’onniscienza.

Si dice che questa sia la qualità dei “politici di razza”. Non ne sono convinto. È, piuttosto, una qualità dell’intelligenza e della curiosità. L’intelligenza vera non è l’abilità nel persuadere, ma la capacità di comprendere. La curiosità non è debolezza, ma forza: è la disponibilità a riconoscere che il mondo non coincide con il proprio schema mentale.

Il problema è che il sistema premia altro. Premia chi afferma, non chi domanda. Chi divide, non chi comprende. Chi occupa lo spazio, non chi lo costruisce. In un ecosistema così configurato, l’ascolto diventa una virtù controcorrente.

E tuttavia, governare senza ascoltare è oggi più difficile di ieri. Le società sono complesse, stratificate, conflittuali. Il monologo non regge alla prova della realtà. Prima o poi si incrina.

Forse le “perle” non sono davvero in via di estinzione; forse siamo noi ad aver smesso di riconoscerle. Perché l’ascolto non produce clamore. Non fa notizia. Non genera applausi immediati. Produce, semmai, decisioni più meditate e conflitti meno urlati.

Se vogliamo una politica diversa, dovremmo cominciare a pretendere meno voci e più orecchie. Non è una questione di stile, ma di qualità democratica.

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