La perfezione e l’uomo non vanno d’accordo.
Quando il Parlamento approvò la Legge sulla Amministrazione Algoritmica Integrale, il paese applaudì. Non tanto per convinzione, quanto per stanchezza.
L’idea era semplice: togliere la burocrazia agli uomini e consegnarla alle intelligenze artificiali.
Gli uomini avevano dimostrato, nel corso dei decenni, una creatività straordinaria nel piegare le regole. Le macchine, invece, avrebbero fatto la cosa più scandalosa che si potesse immaginare in un paese mediterraneo: applicarle.
Gli uffici pubblici diventarono silenziosi.
Niente più corridoi pieni di faldoni, niente più impiegati con lo sguardo filosofico di chi difende un mistero insondabile chiamato “procedura”.
Lo sportello era uno schermo.
Inserivi i documenti.
L’algoritmo li verificava.
Se erano corretti, la pratica passava.
Se mancava qualcosa, veniva respinta.
Senza ironia.
Senza alzate di sopracciglio.
Senza quel tono umano che nella burocrazia italiana suonava sempre così:
— “Vediamo cosa si può fare…”
La cosa sorprendente fu che tutto cominciò a funzionare.
Permessi edilizi in poche ore.
Concorsi pubblici senza ricorsi.
Appalti limpidi come un manuale di diritto amministrativo appena stampato.
Per qualche mese il paese visse una stagione quasi commovente.
I giornali scrivevano editoriali pieni di stupore, come se la legalità fosse una scoperta recente.
Ma poi emerse un problema.
Le macchine non facevano eccezioni.
Un cittadino si presentò con una pratica perfetta, tranne un dettaglio: la firma mancava di mezzo millimetro nello spazio previsto dal modulo.
Respinta.
Un imprenditore chiese una proroga per un documento consegnato con dodici minuti di ritardo.
Respinta.
Un candidato a concorso arrivò secondo per 0,0003 punti.
Secondo.
Il paese scoprì una verità poco frequentata:
la giustizia, quando è matematica, è molto meno simpatica della raccomandazione.
All’inizio furono lamentele isolate.
Nei bar si diceva:
— “Tutto giusto, per carità… però prima si parlava con qualcuno.”
Un pensionato riassunse il problema con precisione sociologica:
— “Qui non si conosce più nessuno.”
La politica provò a intervenire.
Ma gli algoritmi erano certificati come immodificabili senza legge parlamentare, e ogni legge doveva passare da un sistema di verifica automatica che impediva deroghe arbitrarie.
Era nato lo Stato perfetto.
Ed era anche lo Stato più noioso della storia nazionale.
Gli scandali sparirono.
I giornali non avevano più nulla da raccontare.
La televisione dovette tornare ai programmi di cucina.
Poi accadde l’imprevedibile.
Una mattina comparvero i primi cartelli davanti al Parlamento:
RIDATECI LA DISCREZIONALITÀ.
All’inizio la protesta fu presa con il sorriso condiscendente con cui si guarda una nostalgia folkloristica.
Poi arrivarono gli slogan.
— “Le macchine non capiscono la vita!”
— “Le regole vanno interpretate!”
— “L’algoritmo non sa chi sono io!”
Il punto non era la giustizia.
Il punto era la relazione.
Un algoritmo non prende il caffè.
Non ascolta confidenze.
Non promette di “vedere cosa si può fare”.
La folla aumentò.
Alla fine, una sera, qualcuno gridò la frase che segnò il destino della riforma:
— Vogliamo tornare a trattare!
Fu l’inizio della rivoluzione.
Il Parlamento, dopo settimane di proteste, approvò la legge che smantellava il sistema algoritmico e reintroduceva la gestione umana degli uffici.
Gli impiegati tornarono alle scrivanie.
Tornarono i tempi lunghi.
Tornarono le interpretazioni.
Tornarono le telefonate.
Dopo qualche mese esplose il primo scandalo amministrativo.
Il paese tirò un sospiro di sollievo.
Un editorialista scrisse:
“Non è vero che eravamo diventati migliori.
Eravamo soltanto diventati irrilevanti.”
E un vecchio funzionario ministeriale, mentre riapriva un cassetto pieno di pratiche da “valutare con attenzione”, disse con serena competenza:
— “La perfezione è una bella idea.
Ma la realtà, per fortuna, sa difendersi.”

















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