La Parata dei Turchi

La Parata dei Turchi

La Parata dei Turchi appartiene ormai a quella categoria di eventi che sembrano non poter più essere semplicemente vissuti. Devono essere raccontati prima, durante e dopo. Devono essere commentati, spiegati, interpretati. Devono diventare un racconto permanente.

Ieri Potenza attendeva la Parata dei Turchi.

La attendeva da settimane, forse da mesi. Le locandine, gli annunci, le anticipazioni, le interviste, i servizi televisivi, i post sui social, le fotografie d’archivio, i ricordi degli anni passati. Una lenta e ininterrotta preparazione. Come accade per le grandi occasioni, il tempo dell’attesa sembrava quasi più importante dell’evento stesso.

Nelle ore che precedevano la sfilata si potevano osservare piccoli segnali disseminati per la città. Transenne trascinate da operai pazienti. Cavi srotolati lungo i marciapiedi. Tecnici che provavano microfoni. Gruppi di persone che discutevano sulla posizione migliore da cui assistere al passaggio. Bambini vestiti da turchi. Adulti che spiegavano ad altri adulti ciò che già sapevano. Le telecamere occupavano il loro posto con l’opportuna compostezza di chi sa di dover raccontare un evento e, talvolta, finisce per diventarne parte.

La Parata dei Turchi appartiene ormai a quella categoria di eventi che sembrano non poter più essere semplicemente vissuti. Devono essere raccontati prima, durante e dopo. Devono essere commentati, spiegati, interpretati. Devono diventare un racconto permanente.

La tradizione, nel frattempo, continua il suo cammino. Conserva qualcosa di antico e aggiunge continuamente qualcosa di nuovo. Forse più di quanto si ammetta. Perché le tradizioni autentiche sono spesso più mobili di quanto raccontino i loro custodi e meno immobili di quanto pretendano i loro interpreti.

Da ragazzo non ricordo tutta questa agitazione. La Parata c’era, passava, finiva. Nessuno sentiva il bisogno di spiegare continuamente quanto fosse importante. Come accade alle cose davvero radicate, la sua importanza era data per scontata. Oggi, invece, sembra che ogni anno si debba convincere qualcuno della sua eccezionalità, della sua unicità, del suo carattere quasi mitopoietico. E quando una tradizione sente il bisogno di spiegare continuamente sé stessa, forse ha già cominciato a dubitare della propria forza.

La festa, in sé, continua ad avere una sua bellezza popolare. Coinvolge la città, richiama i potentini lontani, suscita ricordi, rinsalda appartenenze. È probabilmente uscita dai confini cittadini e persino regionali grazie ai nuovi mezzi di comunicazione. Non c’è nulla di male in questo. Anzi.

Ciò che lascia perplessi è la letteratura che si è sviluppata intorno alla festa.

Ore di diretta televisiva. Commenti. Interviste. Approfondimenti. Esperti della manifestazione. Custodi della memoria. Interpreti dell’interprete dell’interprete.

A un certo punto uno dei commentatori spiegava di avere approfondito la storia della Parata consultando il sito del Comune.

La frase mi ha divertito più della sfilata stessa.

Per qualche istante ho temuto che avesse frequentato archivi polverosi, consultato vecchi giornali, letto studi specialistici o inseguito qualche raro documento dimenticato. Per fortuna no. Bastava il sito del Comune.

Nel nostro tempo la ricerca sembra avere sconfitto lo studio.

La conoscenza è diventata una sorta di arredamento. Sta lì, ben visibile, pronta all’uso, come una pianta artificiale nell’atrio di un albergo. Nessuno pretende più di coltivarla. Si consulta una pagina internet e si acquisisce immediatamente il tono dell’esperto. Con una certa affettazione professionale che, a dire il vero, suscita più tenerezza che ammirazione.

Ovunque aleggiava quella particolare forma di competenza apparente che caratterizza il nostro tempo. Tutti sembrano esperti. Tutti sembrano narratori. Tutti sembrano protagonisti.

Soprattutto i politici.

Una volta l’amministratore organizzava la festa e poi si ritraeva. Rimaneva sullo sfondo. Se aveva lavorato bene, il suo merito consisteva proprio nel non essere visibile.

Oggi il confine è più sfumato. Il selfie, il video, il commento, la dichiarazione, il reel. Talvolta si ha l’impressione che la manifestazione venga percepita come una creatura da esibire, quasi un’opera d’autore. Il politico non si limita a garantire che tutto funzioni. Partecipa alla rappresentazione. Si ritaglia un ruolo. Talvolta sembra persino aspirare a quello di coautore.

È un fenomeno curioso. Una festa popolare che dovrebbe celebrare una comunità finisce spesso per diventare il palcoscenico di un estemporaneo desiderio di protagonismo.

Eppure la Parata dei Turchi non appartiene ai sindaci, agli assessori, ai consiglieri, ai commentatori, agli influencer locali e nemmeno agli esperti.

Appartiene a quella misteriosa ostinazione con cui una comunità continua a ripetere un rito.

Forse è proprio questo che mi infastidisce meno della festa e più del contorno. L’idea che tutto debba diventare eccezionale, storico, memorabile, imperdibile. Che ogni gesto debba essere accompagnato da una spiegazione, ogni tradizione da una narrazione, ogni evento da una interminabile autocelebrazione.

La Parata, invece, non avrebbe bisogno di tutto questo.

Basterebbero il rumore dei passi, il passaggio dei figuranti, l’attesa dei bambini, le luci della sera, la città raccolta lungo le strade.

A volte una tradizione dovrebbe essere lasciata in pace.

Dovrebbe poter sfilare senza il bisogno di essere continuamente raccontata, interpretata, magnificata. Dovrebbe poter attraversare la città con la naturalezza delle cose che non hanno bisogno di dimostrare la propria importanza.

Il resto assomiglia sempre più a una lunga conversazione su quanto sia importante la conversazione stessa.

E quando la narrazione diventa più importante del fatto narrato, quando il commento rischia di oscurare l’evento e l’interprete di superare il protagonista, allora la tradizione corre il rischio di trasformarsi nel proprio ufficio stampa.

Con buona pace dei turchi, dei potentini e perfino degli esperti.

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