Il deserto della politica in una città assediata.
Ci sono maggioranze politiche che nascono attorno a un’idea.
Atepltre attorno a un programma.
Altre ancora attorno a una visione.
E poi ci sono quelle che nascono attorno alla necessità. E resistono per abitudine.
Coalizioni che ricordano certi matrimoni d’interesse: nessuno sa bene perché siano stati celebrati, ma tutti concordano sul fatto che scioglierli sarebbe complicato. Così si va avanti, tra una compatibilità dichiarata e una incompatibilità praticata, in un equilibrio che non è politico: è acrobatico.
Il programma comune è un documento di rara consultazione, custodito con cura per evitare che qualcuno lo legga davvero. In compenso proliferano programmi individuali, ciascuno con la propria grammatica e, soprattutto, con la propria punteggiatura: molti punti, pochissime virgole.
Gli assessori, poi, sono un piccolo capolavoro di autosufficienza amministrativa: rispondono a se stessi con una coerenza quasi commovente. Ogni tanto si confrontano — sempre con se stessi — e ne escono rafforzati. La collegialità è un valore, purché non disturbi.
Nel frattempo la città cambia. O, più precisamente, si trasforma a tratti. Si aprono cantieri con una frequenza che suggerisce una visione molto chiara: quella delle scadenze dei finanziamenti. Marciapiedi rifatti due volte, piazze ripensate tre, rotatorie che spuntano con l’aria di chi è lì da sempre. Non è urbanistica: è un genere letterario, tra il surrealismo e la contabilità.
Il principio guida è limpido: se ci sono fondi, bisogna spenderli. Come, è un dettaglio che si può definire in corso d’opera. Del resto, l’opera pubblica moderna non è ciò che serve alla città, ma ciò che evita di restituire il finanziamento. Una forma di difesa passiva, applicata all’urbanistica.
E poi, inevitabilmente, arriva la domanda proibita: qual è l’idea di città?
Qui il livello si alza. Si entra nella metafisica amministrativa. Il sindaco assume un’espressione concentrata, gli assessori annuiscono con misura, la maggioranza si raccoglie in un silenzio operoso. È il momento in cui tutti capiscono che si sta toccando un tema decisivo, e proprio per questo conviene trattarlo con la massima cautela: evitando di definirlo.
Così l’idea di città resta intatta, pura, incontaminata. Non viene esposta al rischio dell’attuazione, che — come è noto — è sempre il momento più pericoloso per le idee.
In fondo, governare senza una direzione precisa ha un vantaggio competitivo: permette di rivendicare ogni risultato e di spiegare ogni problema. E soprattutto consente una straordinaria elasticità narrativa, che è la vera infrastruttura su cui si regge tutto il resto.
Il resto, appunto: cantieri, dichiarazioni, equilibri. Tutto molto solido. Finché nessuno si muove.
Dei partiti sono rimasti i simboli. Lo chiamano incivismo, oh … pardon, civismo.

















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