Ce ne mostrano tante per disorientarci. Ma la casta è una sola.
Ci hanno insegnato a dividerle, le caste. A guardarle come compartimenti stagni: la casta dei magistrati, quella dei notai, quella dei politici, quella dei burocrati, dei professori, dei manager pubblici e privati. Una galleria di corporazioni sospette, ciascuna con il proprio recinto, ciascuna con i propri privilegi. È una rappresentazione comoda. E, proprio per questo, fuorviante.
La verità è più semplice e più amara: la casta è una sola.
Non è una categoria professionale, non è un ordine, non è un albo. È un sistema di relazioni. Il suo collante non è il diritto, non è la competenza, non è la funzione pubblica. È il potere. E il potere, per sua natura, tende a riconoscersi, a proteggersi, a riprodursi.
Magistrati, politici, notai, grandi imprenditori, dirigenti apicali: non stanno su pianeti diversi. Si incrociano nei consigli di amministrazione, nelle fondazioni, nei convegni, nei salotti che contano. Si frequentano nelle università, nei circoli, nei luoghi dove si forma e si consolida il capitale relazionale. Non sempre per complotto, spesso per naturale convergenza di interessi. È una sponda reciproca, talvolta silenziosa, talvolta esplicita. Oggi io legittimo te, domani tu copri me. Oggi io ti nomino, domani tu mi tuteli. È una grammatica non scritta, ma perfettamente compresa.
Il risultato non è necessariamente l’illegalità. Sarebbe troppo facile. Il risultato è qualcosa di più sottile: la torsione sistematica delle regole a vantaggio di chi le maneggia. Le norme diventano elastico per chi le interpreta, gabbia per chi le subisce. I principi vengono evocati con solennità nei discorsi pubblici, ma applicati con selettività chirurgica. La libertà è parola d’ordine nei convegni, fastidio nella prassi. Il merito è bandiera retorica, raramente criterio effettivo.
Così i diritti si assottigliano senza che nessuno li abolisca formalmente. Vengono compressi, rinviati, subordinati a esigenze “superiori”. Il valore del lavoro si diluisce, quello della fedeltà al sistema cresce. La competenza indipendente è tollerata finché non disturba gli equilibri. Quando li incrina, diventa improvvisamente inopportuna.
La casta unica non ha bisogno di riunioni segrete. Funziona per prossimità, per cooptazione, per affinità elettiva. È un ecosistema. Chi vi entra impara presto le regole non scritte: non si colpisce davvero chi appartiene al circuito; si protegge l’istituzione anche quando l’istituzione ha bisogno di verità, non di protezione; si preferisce l’equilibrio alla giustizia, la stabilità al cambiamento, la continuità al merito.
Il cittadino, intanto, resta fuori. Gli si chiede fiducia, rispetto delle regole, senso civico. E quando protesta, lo si accusa di populismo; quando denuncia, di qualunquismo; quando si arrende, di disinteresse. È sempre lui a essere sotto esame, mai il sistema.
L’amarezza nasce qui: non dall’idea che esistano privilegi — sono sempre esistiti — ma dalla constatazione che il potere si presenta come garante dei diritti mentre ne consuma lentamente la sostanza. Si proclama custode dei principi mentre li usa come strumenti. Li brandisce come vessilli morali, salvo poi piegarli all’occorrenza.
La casta è una sola perché è una mentalità prima ancora che un insieme di ruoli. È la convinzione che il potere sia fine a sé stesso e che tutto il resto — diritti, libertà, valore, legalità — sia materiale retorico o merce di scambio.
Finché continueremo a immaginare caste separate, continueremo a combattere ombre. La vera frattura non è tra categorie professionali. È tra chi esercita il potere come servizio e chi lo esercita come proprietà. E questi ultimi, purtroppo, si riconoscono sempre. Anche quando fingono di combattersi.

















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