Il solipsismo dell’avvocato

Il solipsismo dell’avvocato

Quanto è più nobile la sconfitta della vittoria, questa è sempre un pò volgare.

C’è una solitudine peculiare nella professione dell’avvocato. Non è la solitudine romantica dello studioso né quella operosa dell’artigiano. È una solitudine più secca, più ruvida: la solitudine del combattente. L’avvocato è solo quando perde una causa. Ma, a ben vedere, è solo anche quando la vince.

Può trovarsi in uno studio affollato, con colleghi, praticanti, telefoni che squillano e fascicoli che crescono come piccole montagne sulle scrivanie. Ma quando arriva una sentenza sfavorevole, quella stanza si svuota. Restano lui e il dispositivo della decisione. Nessuno può davvero dividere con lui quel momento. La causa era sua. La strategia era sua. Gli errori — veri o presunti — sono suoi.

Per questo l’avvocato fatica a combattere battaglie di categoria. Il corporativismo gli riesce difficile. È abituato a pensare da solo, a rimuginare da solo, a studiare da solo. La sua giornata è fatta di silenzi: pagine scritte senza testimoni, ragionamenti costruiti e demoliti nella mente, appunti ai margini di un codice. Pensare, studiare, scrivere: sono tutte attività irrimediabilmente solitarie.

E poi c’è la vera condanna della professione: all’avvocato non è chiesto semplicemente di fare bene qualcosa. Deve vincere.
Se perde, tutto il lavoro che ha preceduto la decisione sembra evaporare. Non conta quanto sia stato scrupoloso, intelligente, tenace. Il mestiere dell’avvocato viene misurato con un metro brutale: vittoria o sconfitta. Il resto sparisce.

Il cliente lo sopporta quel tanto che basta. Lo cerca quando ha bisogno di essere difeso e lo giudica quando arriva il momento del verdetto. Ma quando la battaglia entra nel vivo, l’avvocato è solo. Contro l’avversario, che ha la stessa formazione e la stessa ostinazione. Davanti al giudice, che ascolta ma resta distante. Intorno a lui, un piccolo mondo di ausiliari — cancellieri, consulenti, periti — che abitano lo stesso teatro ma non combattono la sua stessa guerra.

E poi ci sono gli ostacoli quotidiani. Giudici lavativi o umorali, cancellieri scortesi o semplicemente stanchi, clienti presuntuosi e spesso anche un po’ stupidi. Piccole e grandi resistenze che non hanno nulla di giuridico ma che pesano quanto una cattiva norma.

Eppure l’avvocato continua.

Continua perché dentro questa solitudine si nasconde anche la sua vera forza: una grande autonomia. L’avvocato non ha capi, non ha ordini, non ha manuali che lo salvino al momento decisivo. Deve inventare sempre qualcosa. Un argomento che non era stato visto. Una piega del diritto che cambia la prospettiva. Un dubbio che incrini la sicurezza dell’avversario.

È un lavoro di immaginazione giuridica, più vicino alla letteratura di quanto spesso si creda. Anche l’avvocato, come lo scrittore, deve trovare la parola giusta e la costruzione giusta per convincere qualcuno che la sua storia è quella che merita di essere creduta.

È un mestiere che si alimenta di libertà intellettuale. E questa libertà — che spesso lo isola — è anche ciò che gli permette di superare ostacolo dopo ostacolo.

Ma soprattutto è un lavoro che non conosce pause. L’avvocato non smette mai davvero di lavorare. Anche quando corre, quando solleva pesi, quando pedala per staccare la mente o quando prova a leggere un romanzo, ogni pensiero torna lì: a una causa, a un’udienza, a una memoria da scrivere, a un argomento che forse potrebbe funzionare. Le pagine del romanzo si mescolano con gli articoli del codice, e la mente continua a lavorare come una macchina che non ha interruttori.

È per questo che, a volte, più che una professione sembra una condanna.

Ma anche quando vince, la solitudine non lo abbandona. Perché sa bene che la vittoria è fragile, provvisoria, spesso ambigua. Sa che un altro giudice avrebbe potuto decidere diversamente. Sa che dietro ogni successo resta l’ombra delle cause perse, delle notti passate a chiedersi se quell’atto avrebbe potuto essere scritto meglio.

Forse per questo l’avvocato è, alla fine, una specie di piccolo eroe malinconico. Combatte sapendo che la vittoria non lo assolverà davvero e che la sconfitta lo accompagnerà comunque.

Vince, qualche volta.
Perde, spesso.

Ma ogni mattina torna in battaglia, con le sole armi che possiede: parole, ragionamenti e una ostinata, solitaria libertà.

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