Il politico lucano e la Basentana, storia di due estranei.

Il politico lucano e la Basentana, storia di due estranei.

E se imprecano come tutti i mortali, allora v’è da pensare che il ruolo del parlamentare lucano vale quanto una frazione di centesimo, o giù di lì. Tanto da poterne fare a meno.

C’è un momento, lungo la Basentana, in cui il paesaggio smette di essere paesaggio e diventa domanda. Non una domanda retorica, di quelle che si fanno per sport, ma una domanda vera, ostinata, quasi imbarazzante. È lì, tra un restringimento e un cartello scolorito, che verrebbe da chiedersi: il politico lucano che percorre questa strada, ogni tanto, se la fa una domanda semplice, si ferma a pensare?

Non dico a lungo. Non pretendo una crisi esistenziale. Anche solo un dubbio, un’increspatura del pensiero, una fitta breve ma onesta. Tipo: “E se avessi potuto fare qualcosa?”. Una cosa qualunque, per dire. Un’interrogazione parlamentare, magari. Di quelle che non cambiano il mondo, ma almeno lo disturbano. Oppure incastrare un ministro nell’angolo e costringerlo a rispondere senza via di fuga, senza sorrisi di circostanza. O ancora: un sit-in, una protesta, una parola fuori posto nel posto giusto.

Ma niente. La Basentana scorre, e con essa scorrono le occasioni perdute, le omissioni eleganti, le inerzie ben pettinate.

Chissà se, mentre guida, o fa il passeggero con quotidiano aperto, il nostro politico si accorge delle limitazioni. Non quelle ufficiali, segnalate, protocollate. Parlo delle altre: quelle strutturali, antiche, sedimentate. Quelle che ormai hanno la stessa consistenza temporale dell’Antico Testamento: tutti sanno che esistono, nessuno crede davvero che possano cambiare. Sono lì da sempre, e proprio per questo non fanno più notizia. Non indignano. Non mobilitano. Al massimo, accompagnano.

E allora viene il sospetto – maligno ma non troppo – che durante il tragitto il politico lucano faccia le parole crociate. Attività nobile, per carità. Allena la mente, tiene viva la memoria. Ma richiede concentrazione. E la concentrazione, si sa, sottrae attenzione al contesto. Così può capitare di non vedere. Di non accorgersi. Di attraversare problemi come si attraversano gallerie: con la certezza che prima o poi finiranno, senza chiedersi chi le abbia costruite e perché siano ancora lì.

Eppure basterebbe poco per rompere questa quiete operosa. Un gesto minimo, ma fuori copione. Aizzare i lucani, per esempio. Non nel senso folkloristico del termine, ma in quello civico: svegliarli, provocarli, chiamarli a raccolta. Oppure proporre uno sciopero. Sì, proprio quella parola antica, un po’ polverosa, ma ancora capace di creare disagio – che è, spesso, il primo passo verso il cambiamento.

E perché no, spingersi oltre: parlare di autonomia, di responsabilità locale, di capacità di decidere senza attendere sempre il timbro altrui. Non come slogan, ma come progetto. Non come bandiera, ma come strumento.

Ma tutto questo richiede una cosa semplice e difficilissima: accorgersi o peggio accorgersi e agire. Accorgersi davvero. Non di sfuggita, non tra una definizione e l’altra delle parole crociate, ma con quella lucidità che obbliga a prendere posizione.

La Basentana, in fondo, è una scuola severa. Non perdona la distrazione prolungata. Ti mette davanti a ciò che c’è, e soprattutto a ciò che manca. E ogni chilometro è una domanda che si ripete, uguale e testarda: “E tu, che cosa hai fatto?”

Se la risposta è un silenzio, allora sì, forse le parole crociate erano particolarmente difficili.

PS: il lucano con il petrolio potrebbe essere ricco. Invece è povero e sporco e paga i rifornimenti anche più di un toscano o un friulano. Ecco, il politico lucano si chiede perchè? Ma questa è un’altra storia e le parole crociate incombono con l’ultimo Bartezzaghi. A proposito il politico lucano riesce a risolvere un Bartezzaghi?

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