Il pensionato, racconto brevissimo senza pretese.

Una storia inventata. Chiunque dovesse riconoscersi farebbe un gioco di fantasia superiore a quello che ha generato il racconto.

Quando il giudice Saverio N. prese il denaro, non lo fece per avidità. Lo fece per precisione. La somma corrispondeva, quasi esattamente, al prezzo di una villa vista mare che aveva osservato per diciassette anni, tornando dal tribunale. Aveva calcolato persino il costo della pergola e delle persiane. Quando l’assassino gli fece avere il denaro, il giudice pensò non a un delitto, ma a una coincidenza. Le coincidenze, del resto, sono la forma con cui si presenta il destino. Assolse l’imputato. La sentenza fu impeccabile. Anche i suoi nemici dovettero ammetterlo. Solo il giudice, rileggendola, notò che mancava qualcosa. Non una prova. La verità. Da quel momento assolse quasi tutti. Non per corruzione — sarebbe stato semplice — ma per sistema. Era persuaso che se aveva liberato un assassino, allora l’ordine del mondo doveva già essere guasto; e se il mondo era guasto, condannare i colpevoli diventava arbitrario. Il ragionamento, come molti ragionamenti perfetti, conduceva alla follia. Cominciò a parlare in udienza con un secondo giudice invisibile. I verbali registravano: “Il presidente si consulta”. Nessuno osava domandare con chi. Un imputato per rapina sentì il magistrato dire nel vuoto: è colpevole. Pausa. Appunto per questo va assolto. L’imputato pianse per gratitudine. Il procuratore domandò il pensionamento anticipato. L’amministrazione, con la sua nota clemenza per gli organismi compromessi, non intervenne. Lo trasferirono in una sezione che non giudicava quasi nulla. Una stanza. Due faldoni. Tre timbri. Lì invecchiò. Intanto la villa sul mare si rovinava. Le crepe salivano dai muri come sentenze d’appello. Un geometra gli disse che la casa sprofondava. Il giudice rispose che sprofondava come il proprietario. Quando andò in pensione, nessuno lo salutò. Tranne il suo giudice invisibile. Adesso chi giudicherà noi?, chiese la voce. Vendette la villa. Con il ricavato assoldò un uomo perché lo uccidesse. Pretese contratto scritto. Due copie. Data certa. Una clausola penale in caso di sopravvivenza. Il sicario lesse e disse: lei resta un magistrato. No, replicò il pensionato, ormai sono solo una pratica. L’attentato avvenne. Ma la pallottola sbagliò. O forse interpretò la volontà in senso restrittivo. Non colpì il cuore. Recise la spina dorsale. Il giudice sopravvisse. Citò il sicario per inadempimento. Il tribunale dichiarò improcedibile l’azione. In carrozzina, il vecchio scoppiò a ridere. Rise per giorni. Una risata secca, scandalosa. Il medico gli chiese perché ridesse. Perché ho scoperto che la giustizia esiste, rispose. E dove? Nell’errore. Fu da allora che tornò sereno. Spingeva la carrozzina sul lungomare e discuteva col suo giudice invisibile. Ora però erano d’accordo. Un pomeriggio disse: vedi? Ho pagato per una sentenza di morte e ho ottenuto un ergastolo. Il tribunale del caso è più severo del nostro. Morì vecchissimo. Nel testamento lasciò scritto che il sicario fosse nominato esecutore testamentario. La corte dichiarò nullo il documento. Il sicario fece ricorso. Vinse. Da allora, negli ambienti giudiziari, circola una massima attribuita al pensionato: un uomo può corrompere un giudice, ma non il caso. E forse il caso non commette errori: siamo noi a chiamare errore quella sua feroce precisione che arriva dove la giustizia non riesce. E alcuni aggiungevano, sottovoce, che il vecchio pensionato non fosse sopravvissuto per una pallottola andata storta, ma per una sentenza eseguita con un rigore più alto. Perché là dove lui aveva tentato di comprarsi la fine, il caso gli aveva imposto la pena più adatta: vivere abbastanza da capire.

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