Gratteri, più che un ciclone, un alito di vento, ecco, una corrente.

Gratteri, più che un ciclone, un alito di vento, ecco, una corrente.

Gli esegeti di Gratteri meriterebbero una medaglia al valore.

L’enormità delle dichiarazioni di Nicola Gratteri è pari solo allo sforzo ginnico richiesto ai suoi esegeti per trasformare una sortita roboante in un ragionamento plausibile. Un esercizio che, va riconosciuto, meriterebbe disciplina olimpica. Nel frattempo, le ragioni del sì e del no — quelle vere, quelle scritte nelle norme — sono finite in panchina, mentre in campo si gioca la partita dell’iperbole.

Perché qui non si discute: si evoca. Si parla di ritorni al fascismo, di pubblici ministeri eterodiretti dal governo, di giustizia per ricchi e castighi per poveri. Il tutto, però, senza l’ingombro fastidioso di citare un articolo, un comma, una disposizione concreta della riforma. È una tecnica retorica raffinata: si alza la voce, si alza lo spettro, e si abbassa il livello del confronto. E così l’assurdità — che supera di slancio la gravità — finisce per diventare il miglior spot per il sì.

A ben vedere, più che un orientamento fermo, traspare un certo nervosismo. Non la serenità di chi difende un principio, ma l’ansia di chi teme di perdere un equilibrio consolidato. I sostenitori del sì, al contrario, sembrano curiosamente privi di terrore: forse perché non hanno correnti da presidiare né rendite da custodire.

Prendiamo il tema del sorteggio dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura. L’obiezione è pittoresca: e se nel CSM finisse un “asino”? Domanda legittima, certo. Ma allora sorge un dubbio: questi “asini” oggi dove sarebbero? Perché, se esistono, attualmente giudicano i cittadini italiani senza che nessuno invochi il filtro salvifico delle correnti. Possono pronunciare condanne pesantissime, ma guai a farli sedere a Palazzo dei Marescialli senza previa benedizione associativa. È un’improvvisa esplosione di garantismo selettivo.

Quanto ai membri laici, nessuno si scandalizza se il sorteggio avviene all’interno di una platea di “prescelti”: lì i requisiti sono necessari, e nessuno lo contesta. Per i magistrati, però, si finge di dimenticare che partono tutti dalla stessa base: laurea, concorso, funzioni esercitate in nome del popolo italiano. Improvvisamente, diventano una categoria a rischio lotteria. Strano Paese, quello in cui si teme l’estrazione a sorte più della cooptazione.

E poi la separazione delle carriere. “Separati è meglio”, verrebbe da dire, con tono quasi ingenuo. Nel processo accusatorio il pubblico ministero siede accanto alla difesa e di fronte al giudice: una disposizione che, persino scenograficamente, racconta la diversità dei ruoli. Prima del 1989 non era così. Fino alla riforma del processo penale, il PM occupava una posizione intermedia, simbolicamente sospesa tra accusa e giudice. Oggi ci scandalizziamo se si vuole rendere coerente sul piano ordinamentale ciò che il rito già rappresenta plasticamente in aula.

In definitiva, io voto sì. E lo faccio senza tremori apocalittici. Se vincerà il no, non perderò nulla di personale: non ho correnti da difendere né scranni da preservare. A perderci, semmai, sarà l’occasione di discutere nel merito, senza evocare fantasmi storici ogni volta che si tocca un equilibrio interno alla magistratura. Ma forse i fantasmi, in politica, fanno più rumore delle norme.

Posts Carousel

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *

Latest Posts

Top Authors

Most Commented

Featured Videos