La legge non è uguale per tutti.
C’è un’aula di giustizia, in Italia, in cui si consuma un paradosso silenzioso: magistrati bravissimi e avvocati scarsissimi. E, nell’aula accanto, il contrario. Il catalogo è vario, come si conviene a un Paese creativo.
Il dialogo processuale, talvolta, somiglia a quello fra un siciliano che parli in dialetto stretto e un russo ignorante. Entrambi convinti di aver ragione, entrambi persuasi di essere chiarissimi. Il risultato, però, non è una sinfonia ma un fraintendimento. E quando il fraintendimento si deposita in un verbale o in una sentenza, non è solo un incidente linguistico: è una frattura della giurisdizione.
Un livello medio generale più alto – meno picchi isolati, meno abissi imbarazzanti – aiuterebbe l’esercizio della funzione giudiziaria più di qualsiasi riforma annunciata con toni epocali. La qualità diffusa non fa notizia, ma fa giustizia.
Diventare avvocato, oggi, è troppo semplice. Lo è nei meccanismi di accesso, lo è nella moltiplicazione incontrollata delle iscrizioni,almeno fino a ieri, oggi di meno perchè diventati il nuovo proletariato, lo è nella progressiva banalizzazione di una professione che dovrebbe essere presidio tecnico e culturale, prima ancora che mestiere. E il concorso in magistratura, che dovrebbe rappresentare l’argine meritocratico, non è una garanzia ontologica di eccellenza. È una procedura. E le procedure, in Italia, sono spesso teatro più che selezione.
Il “made in Italy” dei concorsi – si pensi al recente concorso notarile e allo scandalo che l’ha accompagnato – ci ricorda che il sistema non è impermeabile. Non lo è mai stato. Le raccomandazioni non sono un’invenzione contemporanea, ma una costante antropologica nazionale. E ai raccomandati, per definizione, non si chiede di essere bravi: si chiede di essere fedeli.
Così il merito diventa un concetto astratto, declinato secondo le appartenenze. Non è una categoria giuridica, è una variabile politica. Una volta c’erano le classi: nobili e plebei. Oggi le classi si dividono fra potenti e i loro cani fedeli, e gente onesta senza protettori. La differenza è che il blasone non si eredita più con il “de” davanti al cognome; si eredita con un numero in rubrica.
La democrazia non ha cancellato le barriere sociali. Le ha rese più sofisticate. Ha abolito il titolo, ma ha conservato il privilegio. Ha sostituito il sangue con la rete. E così, mentre si celebrano riforme e si moltiplicano commissioni, il sistema continua a funzionare secondo logiche di prossimità.
Ne perde l’Italia, che si racconta meritocratica nelle relazioni ufficiali e si pratica feudale nei corridoi. Ne perdono gli avvocati bravi, che studiano e faticano e si vedono scavalcati da mediocrità ben introdotte. Ne perdono i magistrati bravi, costretti a difendere la propria reputazione in un corpo che non sempre li rappresenta.
Eppure, in questa malinconia civile, resta una punta di dolce ironia. Perché l’Italia è il Paese in cui tutti denunciano il sistema, ma nessuno rinuncia davvero al proprio piccolo vantaggio. Siamo un popolo che invoca il merito come principio costituzionale e poi cerca il cugino giusto quando serve.
Forse il problema non è solo chi giudica o chi difende. Forse è l’idea stessa di comunità che abbiamo smarrito. La giurisdizione è un atto collettivo: richiede competenza, ma anche fiducia. E la fiducia, come il merito, non si proclama. Si pratica.
Finché continueremo a confondere l’appartenenza con il valore, l’aula resterà un luogo in cui due lingue si parlano senza comprendersi. E la giustizia, che dovrebbe essere misura, resterà una traduzione imperfetta.

















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