Imparare a pazientare con la giustizia
C’è un momento, nelle aule civili, che non compare nei verbali e non finisce nei fascicoli. È il momento in cui il giudice, con tono spesso cortese e talvolta persino mortificato, comunica che l’udienza viene rinviata. Non di qualche settimana, non di qualche mese. Di un anno. Perché – spiega – occorre prima definire i procedimenti ultradecennali.
La formula è tecnica, quasi neutra. Ma dentro quella neutralità si muovono vite, crediti, separazioni, eredità, risarcimenti. In una parola: attese.
Il principio, a ben vedere, non è irragionevole. Se esistono cause iscritte a ruolo da oltre dieci anni, è doveroso affrontarle con priorità. Il sistema giudiziario non può permettersi sacche di contenzioso fossile, pratiche che hanno attraversato legislature, riforme e generazioni di magistrati. Smaltire l’arretrato è un obiettivo legittimo, perfino necessario.
Il problema nasce quando la soluzione diventa un nuovo problema.
Per decidere le cause più vecchie, si congelano le più recenti. E così il processo civile finisce per vivere in una sorta di tempo biforcato: da una parte il passato remoto, che finalmente si prova a chiudere; dall’altra il presente, che viene sospeso in attesa di diventare anch’esso passato remoto.
Si crea una strana pedagogia dell’attesa. Il cliente, che ha depositato un atto magari due o tre anni prima, scopre che la sua controversia è ancora “giovane” e deve maturare, quasi fosse un vino in botte. L’avvocato, che aveva spiegato tempi ragionevoli, impara a usare il condizionale con maggiore prudenza. Il processo, che dovrebbe essere lo strumento di composizione dei conflitti, diventa esso stesso fattore di ulteriore incertezza.
È curioso osservare come la giustizia civile, nata per riportare equilibrio nei rapporti tra privati, finisca talvolta per produrre una sospensione generalizzata delle decisioni. Non si decide oggi perché si deve decidere ciò che non si è deciso ieri. E domani, verosimilmente, qualcuno rinvierà ancora per chiudere ciò che oggi non si è potuto affrontare.
Non è questione di imputare colpe individuali. I magistrati lavorano con organici ridotti e carichi spesso sproporzionati. È un problema di organizzazione complessiva e di scelte di politica giudiziaria. Ma per il cittadino che attende una sentenza, queste distinzioni hanno un valore teorico.
Quando un’udienza viene rinviata di un anno, non si sposta soltanto una data sul calendario. Si sposta un pezzo di vita. E il processo, che dovrebbe scandire il tempo della giustizia, finisce per insegnare, con severità inattesa, l’arte della pazienza forzata.

















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