Farai un comizio? No grazie, ma ti aspetto al bar.

Farai un comizio? No grazie, ma ti aspetto al bar.

… la politica diventa liquida e alcoolica, oserei dire gassosa, inafferrabile, eterea, insomma chiacchiere senza neanche bisogno di metterle assieme e farne un discorso….

Dai comizi agli aperitivi, la politica diventa liquida e alcoolica, oserei dire gassosa, inafferrabile, eterea, insomma chiacchiere senza neanche bisogno di metterle assieme e farne un discorso.

Il cittadino votante pare apprezzare: finiti i tempi in cui la politica generava passioni ideologiche, ora che tutti gli aspiranti consiglieri finiscono per dire le stesse cose, meglio tirar giù patatine e un bel Campari che stare lì, in piazza, in piedi, a seguire un presunto discorso.

Nei comizi ci voleva grinta, linguaggio, logica espositiva, bisognava alzare la tensione, tiè, far palpitare i cuori, far intravedere meraviglie, accoppare gli avversari, dipingerli a fosche tinte; durante un aperitivo, invece, al più si possono intessere rapporti e strappare promesse personali.

E poi, in un locale, dove si mangia e si beve gratis, difficile che non venga nessuno, la sala si riempie facilmente e non devi star lì a dimostrare le tue idee, i tuoi propositi, le tue speranze. Queste belle cose vengono condensate nello slogan del manifesto, pensa che sforzo.

Gli slogan sono poi i più variegati. Ce ne è uno che ricalca i successi di Meloni con un “donna, mamma, lucana”, che davvero non ha richiesto sforzi e che risulta di una banalità sconcertante. Un altro che parla delle sentinelle dei lucani, e allora ci tutelassero anche dai furti. Un altro recita “diritta al punto” che prova a dirla lunga ma non dice niente. Un altro “il coraggio si può, la lealtà si deve” che fa scattare sugli attenti, guardare verso l’infinito con la mascella serrata e con lo sguardo limpido. C’è quello di carattere domestico “al servizio del lucani” e approfitto per avvisare che dovrei lavare i vetri dello studio. E via discorrendo fino ad arrivare al fatidico “nella storia del futuro” davanti al quale rimango pietrificato e spaventato della mia pochezza perchè davvero non riesco a capire cosa significhi..

Il messaggio politico finisce qui. E del resto è pure meglio perchè credo che questi eroi allo sbaraglio non saprebbero raccontarci altro, quindi “cosa gradisci”, “un aperol, grazie” e passa la paura.

Non vorrei essere offensivo ma le campagne elettorali sembrano un circo nel quale ognuno esegue il suo numero di qualche secondo cercando di strappare un applauso, alias voto. Ma i numeri si susseguono stancamente, come le visite dei potenti, nelle quali i caporali locali siedono in prima fila, con la cravatta buona, salvo qualche eccentrico con jeans e giacca sgargiante, e i milioni piovono a catinella, nelle mille promesse che non potevano essere fatte prima per non sprecare l’occasione. Mamma che mercato scadente. Quello del pesce di una volta è di una nobiltà esagerata a confronto.

Ma anche da noi i voti si vendono? Se sì, metto il mio all’asta, ben sapendo che vale poco, dicono una cinquantina di euro, ma tanto di quelle volte parte una gara al voto di quello strano di Petrullo, pure faccio il pieno alla macchina. Solo fosse in vendita. Ma, mannaggione, il mio lo butto alle ortiche, non frutterà nulla, nè 50 euro, nè una promessa, nè una pacca sulla spalla. Sì, sono uno sprecone. Se li avessi venduti tutti, nella mia vita, ora avevo un bel gruzzolo.

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