Che palle!

Che palle!

Che palle. Dopo circa 75 anni di democrazia italiana, che indiscutibilmente è una democrazia a parte, si possono tirar fuori dei bilanci che abbiano un minimo di credibilità. Il primo imponente risultato è che è riuscita ad anestetizzare gli spiriti ribelli. Questi sono una componente sociale di primaria necessità. Senza non c’è evoluzione, non si

Che palle.

Dopo circa 75 anni di democrazia italiana, che indiscutibilmente è una democrazia a parte, si possono tirar fuori dei bilanci che abbiano un minimo di credibilità.

Il primo imponente risultato è che è riuscita ad anestetizzare gli spiriti ribelli. Questi sono una componente sociale di primaria necessità. Senza non c’è evoluzione, non si sviluppa la critica, non si scovano i vizi, non si evitano le cronicizzazioni del cattivo potere, ci si adegua a una normalità sempre più scadente, si finisce per pensare davvero che chiunque possa ambire a qualunque meta. E questo è il contrario di quella meritocrazia tanto sventolata ma tanto distante dalla democrazia quanto il caldo torrido da Londra nel mese di febbraio.

Ebbene di spiriti ribelli, oggi, in Italia, se ne contano “tracce” fra i giovani e meno che tracce negli adulti.

La nostra democrazia ha favorito la crescita e lo sviluppo di quel popolo servile che grugnisce in ognuno di noi.

Un secondo importante risultato è stato quello di emarginalizzare i migliori. A cominciare dai partiti, nei quali se non porti bene la borsa non fai carriera, ma, al contrario, se la porti bene, diventi senatore della Repubblica, a finire alle amministrazioni, destinate a essere proprietà di altrettanti portaborse professionisti, quelli che cioè hanno rinunciato a vivere per servire il potere indossando finalmente giacche e cravatte di buona qualità.

I migliori vivono nei loro ghetti, isolati, reietti. E questo in qualsiasi ambito, anche quello culturale, anche quello scientifico o quello della giustizia. Altrimenti il canone principale della democrazia, quello secondo il quale “oggi io non sono nessuno, domani sono il Presidente della Repubblica” in virtù della totale mancanza di merito, verrebbe tradito inesorabilmente. I migliori finiscono per mettere in riga le persone secondo le capacità, e questo è davvero poco democratico. Quindi, pussa via, chè altrimenti rovini 75 anni di duro lavoro.

Il terzo risultato, che costituisce la vera sintesi di una stagione di democrazia all’italiana, è un livellamento in basso generale.

Faccio l’esempio più banale ma significativo: i parlamentari di oggi, tutti, nessun partito escluso, non sono in grado di reggere un confronto che vada oltre lo slogan e i talk show, le loro predilette arene, sono ritagliati a loro misura, tempi stretti per uno o due slogan e via la parola. La mortificazione del pensiero e del ragionamento, la morte della discussione.

Ed ecco la profezia: l’intelligenza artificiale avrà vita breve, perché rischia di avere una linea, comunque piatta, ma a un livello superiore di quello che la democrazia ha con tanta fatica creato.

, quelli della cultura appiccicata con lo sputo, quelli del sentito dire e del pressappoco istituzionalizzato, l’assoluta maggioranza in Italia, trasversale e confederata, assolutamente ormai dominante perché detentrice delle chiavi del potere, pronta a servire altrettanti poteri superiori con la fedeltà dell’idiota, con la cupidigia dell’arrivato, e la faccia soddisfatta e lo stomaco pieno di chi ha abdicato alla vita per uno stato vegetativo perenne, anche da giovani, figuriamoci da maturi e poi da vecchi.

Il merito non ha voce in capitolo. Il merito è nicchia perché il merito ha sempre fame e non si sazia mai.

Il merito, i migliori, non sono ingredienti buoni per quel piatto servito ogni giorno, a reti unificate, che è la democrazia italiana.

E, credetemi, tutto questo, oltre a essere goffo (pensate alle riforme che non riformano da oltre 50 anni, per esempio), ebbene annoia, mortalmente. Quindi anche io mi faccio il mio slogan da ripetere a ogni passo: che palle!

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