E tanti saluti alla signora

E tanti saluti alla signora

Come sta, a proposito?

C’è un fenomeno carsico, costante, quasi rassicurante nella sua ciclica prevedibilità, che attraversa la politica italiana come un fiume sotterraneo: l’opposizione è il regno delle promesse, il governo è la patria delle amnesie.

Quando si siede tra i banchi dell’opposizione, il politico italiano si trasfigura. Diventa una creatura moralmente superiore, un misto tra Savonarola e Robin Hood. Combatte i privilegi (degli altri), abbatte le tasse (con dichiarazioni solenni), sgomina la mafia (a colpi di conferenze stampa), garantisce una giustizia rapida, efficiente, possibilmente pure elegante. Nel frattempo crea lavoro, aumenta il potere d’acquisto, riforma la scuola, restituisce dignità agli insegnanti, sistema la sanità e, già che c’è, restituisce all’Italia un’autorevolezza internazionale che neppure ai tempi di Roma imperiale.

È un tripudio. Una sorta di Black Friday delle promesse: prendi tutto, paghi niente.

Poi accade il miracolo al contrario. Le elezioni passano, il governo si forma, le poltrone vengono imbullonate con perizia artigianale e, come per incantesimo, la memoria evapora. Non gradualmente, ma con una velocità degna della fibra ottica.

Le tasse? Complesse.
I privilegi? Stratificati.
La giustizia? Tempi tecnici.
La sanità? Vincoli di bilancio.
La scuola? Tavoli aperti.
Il lavoro? Congiuntura.
L’Europa? Dialogo costruttivo.
Il mondo? Contesto internazionale.

Tradotto: “Non si può fare”.

E così, con elegante disinvoltura, il governo si scopre incredibilmente simile a quello precedente, che fino a ieri era oggetto di feroce dileggio. Cambiano i nomi, cambiano i toni, resta immutata la sostanza: una continuità che non si dichiara ma si pratica con disciplina quasi monastica.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’emiciclo, si compie la metamorfosi speculare. Chi ieri governava riscopre improvvisamente la purezza dell’opposizione. Torna a parlare di diritti traditi, di promesse mancate, di popolo dimenticato. Si reincarna nel guerrigliero etico, nel tribuno indignato, nel difensore inflessibile delle cause giuste — le stesse che, per un curioso disguido temporale, non era riuscito a realizzare quando ne aveva il potere.

È una staffetta perfetta. Una coreografia studiata. Un balletto istituzionale dove ognuno conosce il proprio passo e lo esegue con disciplina: indignazione all’opposizione, responsabilità al governo, dimenticanza ovunque.

E il cittadino? Assiste. A volte applaude, a volte fischia, più spesso si abitua. Perché il vero capolavoro della politica italiana non è tanto promettere l’impossibile, quanto rendere normale il suo mancato compimento.

In fondo, più che un sistema politico, il nostro è un sistema di rotazione delle illusioni: cambia il narratore, resta la storia.

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