Diritto e politica

La degenerazione della mediazione

Il diritto soggettivo appartiene alla grammatica dello Stato liberale: è affermazione piena della sfera individuale, tutela dell’autonomia, presidio contro l’ingerenza del potere. L’interesse legittimo, al contrario, è figlio di una diversa architettura: quella in cui l’individuo non si oppone allo Stato, ma dialoga con esso, ne accetta la preminenza e ne sollecita il corretto esercizio. È la logica, più o meno dichiarata, degli ordinamenti a vocazione sociale.

Noi viviamo in un sistema che tiene insieme entrambe le categorie. E, come spesso accade nelle sintesi non pienamente risolte, ne ereditiamo le contraddizioni. Da un lato, rivendichiamo diritti pieni, intangibili, quasi proprietari; dall’altro, accettiamo che quegli stessi diritti siano filtrati, compressi, mediati da un potere pubblico che si pretende orientato al bene collettivo.

Lo Stato liberale, nella sua purezza teorica, appare più crudele: lascia indietro, seleziona, non protegge se non entro i limiti stretti della legge. Ma proprio per questo è chiaro, leggibile, prevedibile. Lo Stato sociale – o, se si vuole, socialista nelle sue declinazioni più marcate – promette invece protezione, livellamento, solidarietà. Ha un volto più umano, quasi cristiano. Ma nel farlo introduce margini di discrezionalità, zone grigie, spazi di intermediazione che inevitabilmente aprono varchi.

È difficile dire quale dei due modelli sia più corruttibile. A prima vista, il sistema fondato sull’interesse legittimo appare più esposto: dove c’è discrezionalità, c’è margine per l’influenza, per la pressione, per l’abuso. Ma anche il modello liberale non è immune: esso tende a concentrare il potere nelle mani di chi possiede risorse, economiche e relazionali, creando una selezione oligarchica che svuota la promessa di uguaglianza formale.

In entrambi i casi, il rischio è lo stesso: la formazione di élite ristrette e l’emarginazione di una massa sempre più invisibile. Cambiano i meccanismi, non gli esiti. Nel primo caso, domina il mercato; nel secondo, l’apparato. Ma il risultato è una distanza crescente tra chi decide e chi subisce.

La cosiddetta “terza via”, quella che nei decenni recenti ha tentato di combinare libertà individuali e intervento pubblico, mostra oggi segni evidenti di crisi. Ha prodotto sistemi complessi, spesso incoerenti, in cui il cittadino non è più né pienamente titolare di diritti né realmente protetto da un potere equo. Una terra di mezzo che finisce per sommare i difetti dei due modelli senza ereditarne le virtù.

Eppure, nonostante l’evidenza di questo logoramento, una vera alternativa non si intravede. Si continua a oscillare tra correzioni marginali, aggiustamenti tecnici, riforme che non incidono sulla struttura. Forse perché immaginare un nuovo equilibrio tra individuo e Stato richiede un salto teorico e politico che, oggi, nessuno sembra in grado – o disposto – a compiere.

La crisi delle ideologie da fattore di progresso si è trasformata in stagno delle idee. L’umanità sembra non riuscire ad andare oltre, invero neanche a provarci. La politica è bloccata, ancorata all’oggi, non concepisce più diete culturali di lunga durata, ma si nutre del quotidiano, privandosi della sua natura principale e costitutiva. La politica che diventa prassi, conservazione, difesa di privilegi.

PS: percè le grandi potenze non si intromettono nelle scorribande statunitensi? Quale ordine mondiale si sta formando?

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