Concorso notarile: perquisiti i candidati, assolti i commissari. L’“atto nullo” promosso a pieni voti

Concorso notarile: perquisiti i candidati, assolti i commissari. L’“atto nullo” promosso a pieni voti

Carina, sagittario, nubile, militesente, aspirante notaio.

Il Concorso notarile italiano è, per definizione, una liturgia laica. Una via crucis in tre prove scritte, codici “nudi”, perquisizioni degne di un imbarco intercontinentale e un silenzio tombale che nemmeno in clausura. Il candidato entra che è già mezzo colpevole: lo frugano, gli sfogliano i codici, gli agitano le penne come fossero corpi del reato. Se potessero, perquisirebbero pure le intenzioni.

Poi, però, accade il miracolo.

Succede che spuntino elaborati con annotazioni a margine degne di un editor distratto: “atto nullo”, “manca requisito essenziale”, “errore grave”. Eppure promossi. La nullità diventa grazia ricevuta. La bocciatura si trasfigura in idoneità. È la teologia della correzione: misteriosa, insondabile, talora creativa.

Ora, una domanda semplice – da profano, sia chiaro – sorge spontanea: se il candidato viene perquisito fin nelle mutande (metaforicamente, ma non troppo), perché non applicare identico zelo ai commissari prima di ogni seduta di correzione? Non per sfiducia, ci mancherebbe. Per simmetria istituzionale.

Immaginiamo la scena.

Ingresso in aula correzioni. Metal detector all’accesso. Controllo borse. Ribaltamento dei codici commentati (che i candidati non hanno). Verifica delle penne: “Commissario, questa scrive troppo bene, la cambi.” Perquisizione preventiva delle tasche della memoria: “Ha per caso portato con sé pregiudizi, simpatie, telefonate, appunti volanti?” Deposito obbligatorio dei sospiri e delle alzate di sopracciglio, che spesso pesano più di una sottolineatura.

Perché – diciamolo con garbo – se un elaborato annotato “atto nullo” supera la prova, due sono le ipotesi: o la nullità è diventata categoria elastica, o l’annotazione era un vezzo calligrafico. In entrambi i casi, un controllino ai controllori non guasterebbe.

Non è populismo. È aritmetica della fiducia.

Il concorso notarile non è una gara di provincia. È la porta stretta di una funzione pubblica che certifica la certezza del diritto. E la certezza del diritto, per definizione, non ama le note a margine che contraddicono il risultato finale. Se un atto è nullo, è nullo. Se non lo è, non lo è. Non può essere “nullo ma idoneo”, come un caffè decaffeinato con doppia caffeina.

Si dirà: le annotazioni sono appunti interni, fasi di un ragionamento, bozze mentali tradotte in grafite. Benissimo. Allora rendiamo trasparente il percorso logico. Pubblicizziamo i criteri, motiviamo le scelte, blindiamo la coerenza. La discrezionalità tecnica è sacrosanta; l’arbitrio calligrafico un po’ meno.

Nel frattempo, continuiamo pure a perquisire i candidati. È un esercizio ginnico che tempra lo spirito. Ma forse – e lo dico con leggerezza – una perquisizione simbolica ai commissari farebbe bene all’istituzione. Non per trovare bigliettini nascosti, ma per verificare che sotto la toga della valutazione batta un cuore impermeabile a tutto ciò che non sia il diritto.

Perché la fiducia nei concorsi pubblici non si costruisce con i guanti di lattice all’ingresso dei candidati, ma con la cristallinità delle decisioni all’uscita.

E, in fondo, se proprio dobbiamo ribaltare qualcosa, ribaltiamo il tavolo dell’opacità. I codici – quelli veri – lasciamoli stare.

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