Sgangheratamente contro.
Nella mia breve, o lunga, fate voi, esistenza non ho mai vissuto un periodo nel quale l’intelligenza, la conoscenza e l’educazione siano state ugualmente umiliate.
Non so da cosa dipenda, ma questa escalation del cattivo gusto, dell’ignoranza prepotente e spavalda e della stupidità pare non avere limiti. Ho indugiato su un programma di Rai uno del primissimo pomeriggio e ne sono rimasto tramortito, per il voyerismo, il cicaleccio estenuante e inutile, le idiozie spacciate per cose interessanti. Ho paura a conoscere i dati di ascolto perché temo che completerebbero l’opera di demolizione.
Era meglio quando la TV cominciava alla sera, vien da presumere. Almeno si era costretti a parlare o a uscire per strada, riempiendola, cosa che automaticamente la rendeva sicura.
E se mi giro dall’altra parte, nel mio ambito lavorativo, vedo i metodi Palamara applicati un po’ ovunque, dato che sebbene lui non ci sia più, il suo sistema pare continui alla grande, oppure sento il racconto di chi, recatosi in un ufficio pubblico, ha trovato l’indolenza scostumata primeggiare altezzosa. Poi sento del concorso notarile farlocco e nessuna autorità che interviene, perché “è tutto a posto”, e, rifugiatomi nello sport, vedo un’Italietta sbattuta fuori dai mondiali, ma è diventata una regola, e lo sproloquio dei commentatori, che sanno tutto, che ci raccontano come sia mai potuto avvenire e peccato non ce lo abbiano detto prima. Da noi sono tutti bravi a sapere come non si doveva arrivare a tanto, peccato che se lo erano tenuto per sé.
E giù fiumi di parole di perché e di per come, una litania che segue ogni sconfitta, disastro, crollo, piena esondante, frana, terremoto o soltanto eccessivo o mancante piovasco.
A scuola, quando la scuola funzionava e non partoriva giovani svegli solo dal venerdì sera alla domenica mattina, esisteva il gioco (che poi era un esercizio) del silenzio. Bisognava assumere una posizione corretta, con la schiena dritta e le mani ferme sul banco, e semplicemente stare zitti, una specie di esercizio zen che vallo a fare ora, quando i ragazzi stanno seduti con contorsioni da pitone, non stanno un minuto fermi e ti guardano in faccia solo nelle video chiamate.
Scrivo queste stupidaggini e mi sento vecchio, però; cioè, sento di essere lontano dalla vita reale (che poi cos’avrà di reale una vita sui social?) mille miglia. Eppure so che non è così, che il trionfo del pressappochismo e dell’incirca, non può relegarmi in una polverosa soffitta, con la lampada di zia Bianca e la vecchia poltrona sfondata anni sessanta che vide i culi di più generazioni sedercisi sopra. Ma, comunque, mi tengo lontano dalla realtà, coccolato dalla fatica quotidiana, che mai ho amato ma che ora appare l’unico antidoto al “l’ho letto su internet”. Sia chiaro internet è essenziale per me come per chiunque, e magari lo uso anche meglio, nel senso di più utilmente di un millennial, ma non pretendo ancora di farmi la diagnosi del bruciore di stomaco da solo attraverso il PC, preferisco ancora il medico, coi suoi tempi, la sua costante irreperibilità, i suoi errori e, soprattutto, le sue intuizioni, che, assieme, si mettono sotto il braccio le sue assenze dal mio impellente bisogno, quasi che la vita del medico debba girare attorno alla mia senza sosta, come pretendiamo un po’ tutti da una certa età in poi.
In poche righe, magari molte per chi legge, ho messo assieme un disagio costante che mi accompagna fedelmente e che non mi lascia neanche per farmi fare pipì con quella serenità che la TV in bianco e nero non invadeva dicendo stronzate.
Augh.

















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