Ero chiuso nella mia stanza
con l’ausilio della mia panza
(Citazione).
Premesso che Covid e riforma (????) Cartabia hanno rivoluzionato i processi, v’è da chiedersi quanto conti più la relazione diretta fra le persone che svolgono funzioni diverse ma complementari (per esempio giudici e avvocati) nell’era della vita virtuale.
I processi civili sono diventati meno che un incontro su google meet; la dialettica ha ceduto il posto al linguaggio scritto; quest’ultimo, molto spesso, all’intelligenza artificiale.
Il luogo del processo civile è diventata un’aula virtuale nella quale non ci sono persone ma indirizzi di posta elettronica, finanche certificata, perché, insomma, vai a fidarti (pare che la pec sia un fenomeno prettamente italiano).
Il giudice provvede nel chiuso della sua stanza senza dover sopportare sguardi, le parti in causa sono poco più che numeri, i problemi degli utenti casi scritti da compitino da concorso. Il tutto in luoghi asettici dove a non entrare mai è soprattutto l’umanità, laddove, invece, l’umanità dovrebbe essere, prima ancora dei codici, l’elemento fondante il processo.
Ma deve andare così. L’avvocato deve capire che la sua funzione da dinamica è diventata statica, il giudice deve decidere senza essere condizionato neanche da un sospiro di un eventuale presente, all’ora che vuole e nel luogo che sceglie. Niente di più difficile che più di qualche udienza alla fine venga condotta e partecipata dal trono di casa per eccellenza, e cioè sua maestà il water, magari da un water di nome Donatello o Atene, come da relative pubblicità sui social. Insomma dalla toga alle nudità più intime e senza passare dal via, come una volta si trovava scritto nel cartoncino che accompagnava gli “imprevisti” nel gioco del Monopoli.
In compenso, però, noi avvocati possiamo scrivere una nota di udienza (che sostituisce l’udienza di una volta cosiddetta “in presenza”) senza cravatta, in tuta ovvero fra una serie di lat machine e un’altra, per chi è sportivo, ovvero fra un aperitivo e una sigaretta per chi è quotidianamente immerso nella vita inutilmente (in questo caso) reale.
Lavoriamo meglio? Ma, soprattutto, la giustizia è migliorata? Senza richiedere la domanda di riserva o l’aiutino da casa o una vocale, propongo di cambiare discorso.
Si potrebbe riflettere sul perché le squadre italiane, potenti in patria, si squaglino in Europa. O sul perché sembri tanto necessario uno stadio da 15.000 posti con annesso circolo culturale per consumatori maniacali, a Potenza, se la squadra non riesce ad andare oltre una cosmica mediocrità e gli spettatori non superino i 2.500 per partita.
Ma alla fine anche questi sono discorsi da bar di una volta. Finiremo per scannarci sulla divisione delle carriere dei magistrati che ormai hanno dichiarato che i Tribunali sono casa loro, quasi che a riforma fatta o cancellata i guai di un paese in declino possano sperare di mitigarsi.
Il guaio è che non impazzisce più nessuno. I geni scarseggiano e, considerato che sono i geni quelli a impazzire per primi, dobbiamo constatare che la mediocrità si è impossessata anche della più genuina follia: ora i nuovi pazzi sarebbero gli uomini che uccidono le donne. Disonorata anche la follia, da questi manovali dell’ignoranza che sono convinti che la loro vita e la loro felicità dipenda dai loro infami crimini e che tutto sono tranne che folli, nulla cioè che possa nobilitarne, enfatizzandoli, o anestetizzarne i comportamenti.
Tempi duri, si sarebbe detto un tempo oppure un bel “che roba”, ovvero ancora un altrettanto iconico e datato “è colpa dei socialisti”.
Bacioni, estensibili.

















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