Celebrazione dei periodici cosiddetti “rimpasti”

Celebrazione dei periodici cosiddetti “rimpasti”

C’è un momento della vita nel quale realizzi i tuoi limiti. E’ un momento di chiarimento, ma anche di rassegnazione: certe cose non le capirai mai. Un limite che ti appare insopportabile, ma che poi, pian pianino, cominci ad apprezzare, perché quel limite può essere la tua salvezza. Per esempio non capisco i rimpasti in

C’è un momento della vita nel quale realizzi i tuoi limiti. E’ un momento di chiarimento, ma anche di rassegnazione: certe cose non le capirai mai. Un limite che ti appare insopportabile, ma che poi, pian pianino, cominci ad apprezzare, perché quel limite può essere la tua salvezza.

Per esempio non capisco i rimpasti in politica. Ogni tanto prendono e cambiano qualche assessore, accompagnando la manovra con auto incoraggiamenti del tipo “ecco il cambio di passo” (fantastico), “la nuova giunta si rende necessaria per perseguire gli obiettivi che ci siamo posti” (banale e offensivo per chi si è perso per strada) oppure “abbiamo trovato la quadra” (pragmatico e falso).

Non do loro il buon lavoro di circostanza

In effetti, se vai a guardare, da assessori inventati alla bisogna, cioè non espressione di una élite intellettuale, o dotati di una specifica competenza, ad assessori ugualmente inventati alla bisogna, secondo lo schema di produzione industriale dei partiti, capaci, come Dio con Adamo, di costruire competenti assessori dal fango, e poi altri ancora sempre col fango e le assessore da una costola dei primi.

Quindi, non uomini e donne dotati di curriculum (curricula non mi piace proprio) che solo a guardarne la lunghezza verrebbe da dire “Santo Iddio”, no, per niente, perché all’inesistenza di un qualsivoglia curriculum si sopperisce con l’OK del partito, che, evidentemente, vale un paio di lauree.

Ecco, io proprio non arrivo a capire a cosa serva, o meglio, non capisco la faccia tosta dei partiti che spacciano per amore per la città uno squallido e misero avvicendamento nella pagnotta stipendiale e nel relativo potere gestionale.

Potenza sta andando maluccio e continuerà ad andare maluccio. La qualità della vita, checchè ne dica qualcuno, che però, ora, forse, potrebbe anche guardare le cose con un occhio più neutro, è scadente assai, l’offerta culturale rasenta la tipica refertazione da analisi di laboratorio e cioè “tracce”, l’offerta di servizi, dai trasporti in giù o su (Potenza è pur sempre una città verticale), miserevole, le occasioni di lavoro rare come le pepite nel Basento e, diamante fra i diamanti, l’opportunità di emergere per meriti, semplicemente inesistente.

Comunque, non capendoci niente di politica e dei suoi traffici di assessori, mi convinco che, diamine, sapranno quello che fanno, e che quindi i nuovi assessori/e, troveranno subito il bandolo della matassa e ci cambieranno la vita, beh, un po’ anche la loro, perché dalla coppola di consiglieri ora indosseranno la coppola di assessori/e, che, insomma, mi sembra un bel balzo, politico e sociale, roba da tirar fuori il petto, indossare la giacca migliore, e sfidare il mondo per una veloce scalata, che so, alla carica di sottosegretario o ministro, chè, so bene, che è questo che pensano i neo assessori, convinti delle loro qualità quasi più dei partiti che li hanno scelti secondo logiche mostruosamente valoriali.

Non do loro il buon lavoro di circostanza, perché sicuramente devo rivolgerlo a me, in quanto sarò sollecitato, quale umile osservatore, a multiple riflessioni, tipo sul “perché proprio a me o a noi”, o quella più pragmatica del” tanto uno vale l’altro”, oppure ancora del tipo “cazzo, non saluta più”.

Ma rimango in attesa di altri rimpasti, di quello regionale e di un altro comunale, nel rispetto della eterna quadriglia che si balla sulle nostre teste, in un nuovo gioco del Monopoli cittadino o regionale, dove però i soldi sono veri, le chiappe sono le nostre e chi comanda pensa davvero di giocare.

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