Autoassegnazioni, indulgenze e antropologia del consenso

Autoassegnazioni, indulgenze e antropologia del consenso

Loro possono.
Noi no, grazie.

Nel solenne emiciclo del Consiglio regionale della Basilicata si è discusso — con accenti da melodramma e posture da arena — di una norma che introduce per i consiglieri regionali un trattamento differito, sobrio nelle cifre e generoso nel simbolo: poche centinaia di euro al mese, al raggiungimento dell’età prevista.

Non una fortuna. Non un privilegio da ancien régime. Una somma che, presa isolatamente, potrebbe perfino apparire modesta. Ed è proprio qui che la vicenda si fa interessante: non è l’entità a turbare, ma il gesto.

Perché l’aspetto che sgomenta non è il quantum, ma il quis. Non il “quanto”, ma il “chi decide per sé”. La politica — categoria già esposta a un logoramento reputazionale costante — è l’unico ambito professionale che può deliberare su un proprio beneficio economico gravando sulla fiscalità generale. Un raro esempio di autoregolazione con effetti finanziari esterni. Un meccanismo raffinato: il legislatore che si fa destinatario.

Nel frattempo, una parte della cittadinanza invoca il referendum abrogativo. Non con furia iconoclasta, ma con una dignitosa compostezza : se la norma non convince, la si rimetta al giudizio popolare. È il richiamo all’alfabeto minimo della democrazia diretta, l’idea che quando la politica inciampa sul terreno dell’opportunità, possa intervenire il corpo elettorale a raddrizzare la traiettoria.

E il resto della popolazione? Non attonita. Non scandalizzata. Piuttosto incuriosita. Come si osserva un esperimento sociale: con un misto di divertimento e disincanto. Non più l’indignazione morale, chè non usa più, ma una forma di psicologia sociale domestica. Si guarda la scena e si annota: “Ecco, anche oggi la specie ha dato prova di sé”.

In questo quadro, il partito di governo nazionale, Fratelli d’Italia, ha espresso disappunto, pur avendo suoi rappresentanti tra i promotori e votanti favorevoli. Un assessore ha preso le distanze, richiamando i vertici romani. La maggioranza ha comunque proceduto. La dialettica interna è salva; la norma pure.

Resta la percezione esterna. Che è quella che, alla lunga, conta.

Perché il cittadino medio può accettare una decisione impopolare se la ritiene necessaria; può comprendere una scelta costosa se la percepisce come utile. Fatica, invece, a metabolizzare l’idea che la prima urgenza regolativa di un’assemblea elettiva sia la disciplina del proprio trattamento economico futuro.

È una questione di ordine delle priorità. Di gerarchia simbolica. In tempi in cui si chiedono sacrifici diffusi, l’autoassegnazione — per quanto modesta — assume il valore di una dichiarazione culturale: “noi possiamo”.

E tuttavia, occorre mantenere un nobile distacco. Le poche centinaia di euro non dissesteranno il bilancio regionale. Non cambieranno le sorti della sanità, né le infrastrutture, né l’occupazione. Non siamo di fronte a un saccheggio, ma a un segnale.

Un segnale che dice qualcosa sulla distanza tra rappresentanti e rappresentati. Non un abisso, forse. Ma un gradino in più di ieri.

E così, mentre qualcuno prepara moduli per il referendum e altri preparano post di scuse, la cittadinanza osserva. Non più scandalizzata, ma lucidamente consapevole che la miseria umana, quando si manifesta in ambito istituzionale, non ha bisogno di cifre astronomiche per risultare evidente. Le basta un atto. Anche piccolo. Soprattutto se compiuto con voto palese.

In fondo, la vera cifra della vicenda non è economica. È etica. E quella, si sa, non si quantifica in centinaia di euro. Si misura in credibilità.

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