Disumanità e ipocrisia.
Ci sono finestre che si aprono dall’interno delle mura, e sono più scomode di qualsiasi inchiesta televisiva. I reportage di Gianni Alemanno dalle carceri italiane appartengono a questa categoria: non concedono alibi, non permettono distrazioni, non autorizzano l’indifferenza.
Raccontano di uomini anziani, malati, consumati da patologie che nulla hanno a che fare con la pericolosità sociale. “Vecchietti”, li definisce con crudezza quasi domestica. Persone che, se trasferite ai domiciliari, non inquieterebbero nessuno, non minaccerebbero alcun ordine pubblico, non alimenterebbero alcuna emergenza sicurezza. Eppure restano lì. Talvolta senza cure adeguate. Talvolta senza la dignità minima che la Costituzione pretende.
Colpisce un elemento che rende il quadro ancora più paradossale: Alemanno è stato condannato per un reato che, nell’assetto normativo attuale, non è più configurato come tale. La pena resta, il marchio resta, la detenzione resta. Ma il presupposto giuridico è stato nel frattempo svuotato. È una frattura che interroga la coerenza del sistema penale e la sua capacità di tenere insieme legalità formale e giustizia sostanziale.
L’articolo 27 della Costituzione non è un ornamento lessicale: la pena deve tendere alla rieducazione e non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale. Non distingue tra cittadini liberi e cittadini reclusi. Eppure, nella pratica quotidiana, la distinzione si materializza. Il carcere diventa una zona grigia dove il diritto si attenua, si relativizza, si giustifica.
Non mancano gli strumenti giuridici: detenzione domiciliare per gravi condizioni di salute, differimento della pena, misure alternative. Manca spesso il coraggio di applicarli con umanità, senza il timore del titolo scandalistico, senza la paura di apparire “cedimenti”. Come se la civiltà fosse debolezza e non principio.
C’è poi il gesto, politicamente rilevante, di un detenuto che rifiuta di chiedere la grazia per sé e orienta l’attenzione verso chi sta peggio. In un’epoca di rivendicazioni individuali, è un rovesciamento radicale: non la richiesta di un’eccezione personale, ma la denuncia di una condizione collettiva. Non un appello alla propria sorte, ma alla sorte dei più fragili.
Ed è qui che si apre il solco più inquietante. Esiste una linea di frattura netta tra i potenti e gli invisibili. I primi abitano il circuito mediatico, litigano, si accusano, occupano spazio. I secondi scompaiono. Ma c’è un gradino ancora più basso: i fragili, che non sono neppure invisibili, perché per essere invisibili occorre almeno essere percepiti come presenza. Gli anziani malati in carcere non generano conflitto, non producono consenso, non muovono opinione. Sono fuori dal radar morale della nazione.
Il silenzio che avvolge il tema carceri è rivelatore. Non porta voti, non scalda le piazze, non si presta a slogan. E così si consolida un’etica selettiva: inflessibili verso chi non conta, indulgenti verso chi conta; pronti a indignarsi per un rigore negato, incapaci di indignarsi per un diritto negato.
Un Paese che si proclama cristiano dovrebbe tremare davanti alla sorte degli ultimi. Ma qui la contraddizione è più profonda e non riguarda solo la fede: riguarda la civiltà giuridica. Il modo in cui uno Stato tratta i detenuti – soprattutto i più deboli tra loro – è il termometro della sua democrazia.
Quando un uomo gravemente malato resta in cella senza cure adeguate, non è soltanto lui a perdere dignità. È lo Stato che si incrina. È la comunità che si impoverisce. È la distanza tra diritto proclamato e diritto praticato che si allarga.
Strano mondo, davvero. Tra i potenti e gli invisibili corre un confine netto. Ma tra entrambi e i fragili si scava un abisso. Ed è in quell’abisso che si misura, senza retorica, il nostro grado di civiltà.

















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