Il sindaco che meritiamo

Il sindaco che meritiamo

L’acquario senza pesci esotici.

Ad accorgersi della totale indifferenza che accompagna la campagna elettorale, in città, pare non accorgersi nessuno.

Ieri un dibattito pubblico, svoltosi nella piazza centrale di Potenza, ha visto la presenza dei candidati, degli operatori televisivi, di un paio di giornalisti e qualche candidato. In tutto circa 25 persone. A stupire l’assenza dei candidati, ai quali non frega neanche di far fare bella figura ai loro sindaci in pectore. Una tristezza che colpiva il cuore. Neanche un curioso che si chiedesse cosa succedeva.

Questo distacco, davvero importante, come si dice oggi, ma meglio dire allarmante, indica la misura che divide due mondi: uno grande, e cioè quello di una comunità che sente di poter fare a meno della politica, di non sentire di farne parte, l’altro minuscolo, come un acquario nel quale sguazzano pochi e saputelli pesci, quello di chi fa o vuole fare politica. Con la differenza che questo acquario non ha neanche spettatori, neanche un curioso che si chieda quale è il pesciolino esotico e quale quello rosso.

Con 510 candidati, più i sindaci in pectore, si può dire che ogni famiglia, sebbene intesa in senso allargato, ha il suo potenziale consigliere, il che se da un lato sembra costituire la dimostrazione democratica della possibilità di una rappresentanza anche per minuscoli gruppi familiari, dall’altro fa intendere quanto si sia svenduta la carica di consigliere. Democrazia, infatti, non significa dissacrazione della istituzione, ma, piuttosto, una sana democrazia è caratterizzata innanzitutto da partecipazione e da passione, totalmente assenti oggi, ma anche dalla capacità di essere rappresentati da eccellenze, caratteristica che contraddice col numero e il criterio di scelta dei candidati. Fare una lista in più per entrare appunto in più famiglie, raccattando candidati improbabili, è un attentato alla democrazia che pretende, ripeto, pretende, attenzione, cura e interesse. E non è un discorso aristocratico, tutt’altro, è solo rispetto per l’istituzione alla quale bisogna approcciarsi con responsabile serietà e non per cercare una occupazione o un diversivo o, peggio ancora, potere.

Ho letto di un candidato sindaco che il giorno della festa del Santo Patrono faceva nascondere il tempietto di San Gerardo da un furgone che eseguiva lavori presso un immobile di suo interesse, peraltro con un permesso di sosta scaduto. E poi ho sentito di frecciate che un candidato rivolgeva all’altro, ricevendone a sua volta. Cosa pensare? Sono ragazzi, suvvia, che, ho l’impressione, giochino con le cose dei grandi conservando, però, la tenerezza e l’aggressività dei ragazzotti, per quanto ritenga che, per quanto attiene ai loro specifici interessi, non siano da meno di nessuno e siano ben attrezzati.

Sbaglierò ma quest’anno ci volevano candidati più strutturati, più affascinanti, più, come dire, poetici, fantasiosi, originali. Questi, a sentirli uno per uno, ripetono gli slogan triti che si sentono ovunque, quasi che un tocco di originalità possa turbare lo stagno. Forse, semplicemente, non ne sono capaci, così come non lo saranno quelli che hanno deciso di indicarli come primi cittadini. Un sindaco, in fondo, se non ha autorevolezza, fascino, se non incute curiosità, se non si porta dietro una atmosfera di specialità, ma che cappero di sindaco può mai essere?

Quello che evidentemente ci meritiamo.

OK. Tutto a posto. Bacioni, estensibili.

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