“Non si faccia illudere dall’apparenza. In quella via -disse indicandomela con un dito- c’è un posto dove conviene entrare e mangiare. La saluto”. E scomparve alla mia vista.
Una decina di anni orsono mi trovavo nella città di T…… in cerca di un ristorante. Una persona sconosciuta mi vide indugiare davanti a un locale che aveva un bell’aspetto. Amichevolmente e con un approccio inusuale mi sfiorò il braccio, mentre con la mano mi faceva segno di no. Lo interrogai con lo sguardo senza avvertire alcun fastidio per il contatto fisico che, in mille altre circostanze, mi avrebbe procurato.
“Non si faccia illudere dall’apparenza. In quella via -disse indicandomela con un dito- c’è un posto dove conviene entrare e mangiare. La saluto”. E scomparve alla mia vista.
Pensai a una indicazione interessata, un prezzolato messo lì per deviare clientela. Guardai dalle vetrine e vidi tanta gente e qualche tavolo ancora vuoto. Convinto che una buona frequentazione sia propria di buoni ristoranti feci per entrare ma al momento di aprire la porta pensai che forse uno sguardo al locale indicatomi dal passante potevo anche permettermelo.
Trovai facilmente il locale cui faceva riferimento il gentile signore e mi fece immediatamente un pessimo effetto. Una stamberga cui non si metteva mano da decenni. I vetri, però, fra infissi logori, erano lindi. Mi avvicinai alla finestra e scrutai l’interno. Pochi tavoli e nessun avventore.
Feci per tornare indietro quando la porta d’ingresso si aprì e un vecchietto sorridente mi disse “L’aspettavo. Giorgio mi ha appena preannunciato il suo arrivo”. Immaginai che Giorgio fosse il signore che mi aveva offerto l’apparente gratuito consiglio e mi sorprese la sicurezza di questi nell’annunciare il mio arrivo. Indispettito quel tanto che basta a non superare la curiosità entrai.
Non sembrava una locanda o un’osteria. Piuttosto una casa privata di quelle con una stanza sola che funge da salotto, soggiorno e camera da pranzo. Il vecchietto prese il mio soprabito, il mio cappello e i miei guanti e andò a conservarli chissà dove. Mi fece accomodare e sparì.
Comparve dopo qualche minuto con una caraffa d’acqua e una di vino. Mi riempì i due bicchieri e sempre sorridendo scomparve di nuovo. Ritornò dopo un quarto d’ora con un primo piatto fumante e di gradevolissimo aspetto. Ed era anche il mio piatto preferito. Dire che lo divorai è poco. Poi mi servì il secondo, sempre attingendo alle mie leccornie preferite, senza conoscerle, un contorno e frutta fresca.
Il vino era meravigliosamente godibile e credo che ne bevvi un bicchiere di troppo.
Il vecchietto, per niente loquace, mi fece accomodare su una vecchia e apparentemente sgangherata poltrona, lì mi servì il caffè, amaro, senza che lo avessi precisato. Finii per appisolarmi, immaginadomi finito in una specie di paradiso terrestre.
Fui svegliato da un piccolo e affettuoso scuotimento del braccio. Era il vecchietto che mi avvisava che, forse, era l’ora di andare. Avevo dormito venti minuti, come ogni giorno a casa dopo pranzo. Chiesi il conto che risultò leggermente al di sotto della media delle osterie della mia città. Provai a lasciare una generosa mancia che fu gentilmente rifiutata. Salutai e mi scappò un “a presto”, già invogliato a tornare il giorno dopo, ma il vecchietto mi saluto stranamente in maniera più definitiva.
Il giorno dopo tornai alla stessa ora, ma, al posto della stamberga, c’era un negozio di fiori. Cercai il commesso e chiesi del vecchietto e mi sentii rispondere “E’ partito ieri sera. Si è trasferito definitivamente. Credo non tornerà più”.
Ancora oggi non so se è stato un sogno.
Racconto di Giuseppe Maria Faloppa (1959/2024), Mondovì. Romaziere sconosciuto, famoso in paese per le sue battaglie contro la pesca e a favore della caccia.

















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