Levatemi tutto, ma non la mia squadra del cuore.
Quando una città ha bisogno dei milionari per guardare avanti, quella città ha fallito su tutto il fronte. E se ha fallito, hanno fallito innanzitutto i politici e subito dopo chi ha dato loro fiducia.
Anche perché devo ritenere che se un milionario investe, come dice la stessa parola, lo fa perché gli ritorni qualcosa in più dell’investimento, il che pone interrogativi sugli obiettivi che, per l’appunto, sono incentrati sul personale tornaconto secondo una logica inattaccabile e non sull’interesse pubblico. E’ evidente, quindi, che una comunità non dovrebbe assecondare gli investimenti dei privati, che non possono avere fini pubblici, ma confidare nell’ente che deve, per legge, perseguire interessi pubblici, non solo, ma anche con la lungimiranza che lo sviluppo di una città pretende.
Una città non può svilupparsi per singole occasioni, ma secondo una visione generale che comprenda il futuro neanche troppo prossimo.
Se, invece, si consente a un milionario di fare quello che vuole, di imporre scelte, finanche urbanistiche, significa svendergli l’intera città, al prezzo di qualche opera che possa entusiasmare, sul momento, un troppo esiguo numero di persone.
Il pericolo è evidente e molto grosso. I politici di lungo corso e breve vista, però, incapaci di guardare oltre la loro carriera politica, sono più disponibili ad assecondare il milionario di turno che a difendere la dignità della funzione.
Quello che preoccupa maggiormente è, a ogni modo, l’affidamento che in molti, e in numero crescente, concedono al milionario di turno, con una superficialità pari all’ingenuità di un bimbo, anche se senza la sua innocenza, affidamento che cresce senza distinzione di capacità critica, annullata, questa, a seguito della cessione a titolo definitivo della propria libertà di pensiero.
Il prezzo da pagare per una poltroncina al coperto, per un’ora e mezza ogni due settimane, con annessa pausa estiva, potrebbe essere molto salato, nel medio e lungo periodo, ma, si sa, la miopia è diffusa oggi più della presbiopia, che, non a caso, affligge gli anziani, forse solo perché più navigati e quindi incapaci di distinguere quello che è a portata di mano, ma capaci di guardare più lontano.
La domanda è: uno stadio nel terreno della ex Cip Zoo riguarda il calcio o riguarda un affare economico complessivo? E se così è, sul punto inutile nutrire dubbi, perché gettare l’amo dello stadio per perseguire il maggior intento di fare un affare commerciale di portata epocale per Potenza? E i già derelitti commercianti di Potenza cosa ne pensano? Sono stati compulsati? Ci hanno pensato su? Hanno una voce univoca? E lo già spopolato centro storico, quale futuro avrà? C’è connessione fra tutte queste cose, a margine la partita di calcio. Cioè si è fatto un discorso globale, assolutamente necessario prima di una rivoluzione di questo tipo?
Io non dico che l’operazione aprioristicamente sia da scartare, di certo no; ma può diventare percorribile solo alla luce di un approfondimento serio, non trattando il problema come se godesse di una sua speciale autonomia. Ma sto dicendo ovvietà, che, però, non sembrano all’ordine del giorno.
Altro serio tema è l’università, giacchè a fronte della malsana tesi di un’università o addirittura più di una, per regione, va affrontato il problema della qualità degli studi e della qualità della vita degli studenti, perchè se si vuole diventare attrattivi e porre l’università al centro dello sviluppo cittadino e regionale, bisogna avere un ateneo di gran qualità e attrezzature idonee. I numeri ci dicono altro, però: scarsa attrattività, servizi inesistenti o scadenti, spese abnormi a carico della regione. Ne vale la pena? Ma questo, come sentii dire da una compagna di scuola interrogata che ripeteva il testo a memoria, lo vedremo in una prossima occasione (lei disse nel prossimo capitolo, ma, perdinci, ci siamo capiti).
Cordialmente.
















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