Anaffettivi cosmici

Anaffettivi cosmici

E se fossimo soltanto ammalati di anaffettività per la nostra città? Se la noncuranza e la trascuratezza, che dai cittadini arriva fino agli amministratori, non fosse che un modo di essere da accettare finalmente e definitivamente? Pensateci: cambiano le amministrazioni, i partiti al comando, gli ideali presupposti (dando per ammesso che ne esistano), ma la

E se fossimo soltanto ammalati di anaffettività per la nostra città?

Se la noncuranza e la trascuratezza, che dai cittadini arriva fino agli amministratori, non fosse che un modo di essere da accettare finalmente e definitivamente?

Pensateci: cambiano le amministrazioni, i partiti al comando, gli ideali presupposti (dando per ammesso che ne esistano), ma la indifferenza per la “cosa comune” non cambia.

Il potentino si rifiuta di collaborare per avere una città bella, puntuale, pulita, accogliente; la vuole perfetta senza che ci debba mettere del suo. Così gli amministratori. Balbettano qualcosa, ma, a conti fatti, non sanno cosa significhi amministrare una città. E non quelli di oggi; o meglio, non solo quelli di oggi, ma anche quelli di ieri e di ieri l’altro.

Ci lamentiamo delle buche, ma non esiste, a memoria di un uomo di mezza età, un periodo in cui non siano state sempre numerose, belle e sfacciate. Ci lamentiamo dei trasporti pubblici, ma non ci azzardiamo a usarli. Protestiamo per i cumuli di rifiuti, ma gettiamo carte, barattoli e cicche per strada. Non ci piace il traffico, ma occupiamo la sede stradale in seconda fila per servire i novelli reali che sono i nostri figli e raccoglierli, come fidi autisti, all’uscita di scuola.

Noi, in definitiva, siamo la città che viviamo: scelleratamente continuiamo a gigioneggiare con le cose serie; insomma noi non ci crediamo, atei della fede civica, non facciamo comunità, neanche quando, a fine maggio, facciamo finta di unirci in onore del Santo Patrono, divenuto soltanto un motivo di agonizzante e, alla fin fine, individuale baldoria.

Il perenne sarcasmo verso tutto e tutti dipinge quello che siamo: un’accozzaglia di individui che, dopo secoli, non riescono a essere davvero comunità.

L’abbandono delle idee è il pane quotidiano; non averne dà un senso di (falsa) libertà. Non vogliamo regole, se ci sono le violiamo, non riusciamo neanche, forse unici nel mondo, a pensare di creare nel centro storico un’sola pedonale che celebri lo scambio relazionale.

Noi siamo questo. Di conseguenza scegliamo gli amministratori che riescano a non interferire nella nostra indifferenza cosmica, nel desiderio di nulla che ci elevi, ritenendoci già abbastanza elevati nella nostra visione che più che provinciale è egoista. E difatti non è egoista chi parcheggia davanti alle uscite pedonali di un parco? E’ un esempio tipico, che i potentini accettano senza turbamento, perché c’è solo rispetto per l’egoismo, si rispetta quello degli automobilisti, sempre per esempio, per difendere il proprio egoismo, che si declinerà da qualche altra parte o quando sarà il nostro turno di parcheggiare dove cazzo ci piace.

Accettiamolo, diciamocelo per una volta sinceramente: noi siamo la città che viviamo, e basta.

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