Dite ai giovani che il mondo esisteva già prima di loro, e ricordate ai vecchi che il mondo esisterà anche dopo di loro.
Ho l’abitudine, già da qualche anno, di appuntare su un’agenda, quello che, nella lettura, mi colpisce particolarmente. Fin qui nulla di particolare, tranne il piacere di provare a scrivere con una grafia lineare, chiara e coerente.
La cosa più bella è, però, quando rileggo questi appunti, perchè ogni volta mi suscitano pensieri e riflessioni diverse. A volte non li capisco, perchè, dimenticato il contesto, non riesco a ricollegarli a cosa mi aveva colpito, ma questo accade raramente.
Oggi ho appuntato questa frase di Gabriele Goria tratta da un libro sul silenzio: “la dimensione del gioco ha molti poteri, tra cui la possibilità di rischiare in sicurezza”; la frase mi ha colpito per la sua concretezza: è proprio così, nel gioco si può rischiare perchè non si perde nulla e, quindi, si possono affrontare nuovi territori, talvolta facendo centro e arrivando a un limite che, fuori del gioco, non avremmo mai raggiunto o oltrepassato. Di qui la necessità di “giocare” con gli strumenti seri della vita. Elaborare una teoria personale nello studio, inventarsi un esercizio o una sequenza di esercizi fisici nella routine d’allenamento, studiare un utilizzo di uno strumento informatico mai visto prima. Ho detto gioco, si può declinare allenamento. L’importante è dedicare alla performance reale il frutto di tanto gioco e tanto allenamento.
Qualche giorno orsono avevo appuntato questa frase di Giovanni XXIII: “dite ai giovani che il mondo esisteva già prima di loro, e ricordate ai vecchi che il mondo esisterà anche dopo di loro”. Una vera e propria opera di demolizione della vanità giovanile, della presunta saggezza senile, una presa d’atto della “piccolezza” che caratterizza ognuno di noi. Senza disprezzare gli ardori giovanili, con le loro presunte certezze o la saggia osservazione del mondo degli anziani, è vero che gli uni e gli altri, troppo spesso cessano di ascoltare rimanendo pieni solo delle proprie verità. Un atteggiamento più disincantanto, meno presuntuoso, senza certezze, costituisce un approccio alla vita più umile e proprio per questo più grande. L’autoridimensionamento, che non sconfini nell’autoflagellazione, è pratica da mantenere in vita sempre e, quando questo riesce naturalmente, siamo davanti a una virtù, quando, invece, questo riesce solo dopo una lunga operazione di studio di sè stessi, siamo davanti a una delle più belle conquiste.
Qualche mese fa appuntai una lapidaria descrizione di Ennio Flaiano: “per molti l’italiana non è una nazionalità, ma una professione”. Si riferiva a quella caratteristica tutta italiana fondata sulla furbizia, sulla scappatoia, sulla raccomandazione, o almeno così la rileggo oggi io. Quel made in Italy così mal visto all’estero, seppur con qualche riflesso di simpatia che fa dell’italiano una persona se vogliamo anche brillante, ma per nulla affidabile. Lo dimostriamo, del resto, quotidianamente, basti pensare ai proclami dei politici in campagna elettorale e alle loro espressioni appena eletti, talmente diversi i primi alle seconde da far pensare che si tratti di due persone diverse. Quel trasformismo da baraccone che non ha pudori e che si manifesta anche in un parcheggio avventato o nel disprezzo di quello che è pubblico. L’altro giorno, in un negozio di frutta, una signora grossa, imponente, eccessiva e trasandata, facendo la fila ha preso un’albicocca e l’ha avidamente mangiata. A margine la ruvidezza del gesto v’è da aggiungere che rimasta col nocciolo in mano l’ha spavaldamente gettato sul marciapiede. Avrei voluto redarguirla e in altri tempi l’avrei fatto, ma non volevo fare il moralista d’occasione, quindi ho taciuto soffrendo. Possiamo dire che quella donna ha avuto un gesto “italiano”? Se sì, l’italiana oltre che una professione è una vera e propria attitudine. La qual cosa mi sconforta un cincinin di più.
Bacioni.

















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