Quel Paperoga di Lavitola

Quel Paperoga di Lavitola

il caso Ranucci nasconde qualcosa, tipo un’azione, scellerata, di una fazione della magistratura che vuole governare per interposta persona, esecutore Lavitola, il più squinternato che esista, insomma, tipo Paperino o peggio ancora Paperoga (Lavitola Paperoga mi piace assai).

Riconosco un pezzo creato dall’AI, o solo ritoccato dall’AI, lontano un miglio e mi sento preso per i fondelli. Non esiste abilità umana capace di neutralizzare al cento per cento gli schemi dell’AI e sono convinto che certuni, pur di nascondere il segreto di Pulcinella sono capaci di inserire un errore di grammatica di proposito.

Anche autorevoli firme fanno colpevolmente ricorso all’AI e chissà per quale motivo, forse per gioco o forse per quella ineccepibile capacità che ha l’AI di mostrarsi esauriente o esaustiva, con tocchi di debole ironia per contorno.

Ma, a prescindere, il caso Ranucci nasconde qualcosa, tipo un’azione, scellerata, di una fazione della magistratura che vuole governare per interposta persona, esecutore Lavitola, il più squinternato che esista, insomma, tipo Paperino o peggio ancora Paperoga (Lavitola Paperoga mi piace assai).

Un’ipotesi come un’altra, ma molto più italiana delle altre fatte. Il dogma che Ranucci per ora sia parte lesa (lo ha detto la magistratura!) ripetuto come un mantra da Ranuccisti e antiRanuccisti, ha rotto le balle, giacchè nasconde una verità che ancora non si dice: se è davvero parte lesa bisogna consegnargli la patente del deficiente matricolato.

Qualcuno fa presente che nel frattempo il mondo va a rotoli, il gasolio costa come un gioiello di Pomellato e con un pieno si è già esaurito il “messo da parte” per una vacanza striminzita. Certo, ma a noi che ci frega? A noi piace guardare nel buco della serratura, cercare l’intrigo, assaporare la truffa, vivere di fuffa, cavolo! A quel paese i tragici, i seri, quelli “io leggo solo i classici”, a noi piace, e da sempre, Novella 2000 e succedanei, a noi piace il talk show dove si accavallano le grida, la battutaccia, il maschio insinuante alla Ranucci che, in una giornalista che chiede di collaborare, vede un’opportunità, la sua propria di lui medesimo, magari per la sera appresso. Roba che per un democratico di sinistra e dintorni, è una cosa oggettivamente oscena, fatte le debite eccezioni, perbacco, però.

L’Italia è un teatro dove ogni dramma si trasfigura in commedia, dove la commedia, appunto, è la giusta maniera per rappresentare la quotidianità, foss’anche tragica. Ma oggi va una forma di commedia che viene rappresentata con toni seri, roba che quasi ci caschi: il cipiglio dei nostri giornalisti mentre litigano su Ranucci e Lavitola (che chi glielo doveva dire), due personaggetti, direbbe qualcuno, che per una notte hanno sognato sospinti da un nugolo di sconosciuti basisti, assurti agli onori di ogni chiacchiera televisiva, è qualcosa di sconcertante che, come dice Merlo sul Foglio, altrove rimarranno basiti per tanta superficiale leggerezza.

Merlo paragona Ranucci al Rascel comico: mi sembra perfetto, solo che Rascel il comico lo faceva per professione, Ranucci pensa di essere un giornalista e a questo punto è lecito scompisciarsi dalle risate.

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