A Potenza assistiamo a una parte del centro storico ridotta a far west, con la quotidiana lamentela, con annessa preghiera misericordiosa, di un residente che lancia autentici SOS senza che l’Autorità, tutti in piedi, sappia come affrontare la situazione. Assistiamo a una crescente affievolimento dei servizi, per esempio i trasporti pubblici, a una precaria situazione scolastica, che riguarda le strutture, l’inclusione, l’effettiva capacità di formare.
Da non poco tempo, si confonde o si scambia, il senso o il significato della città (e non mi riferisco solo a Potenza) con la sua capacità di creare eventi.
Di conseguenza è frequente sentir parlare di una città viva e godibile se organizza un concerto e non se realizza un asilo nido in più.
Sono due mondi ben differenti, è evidente, sebbene la “narrazione” (termine orribile e sfruttato quindi opportuno perchè conosciuto ai più) abbia, con la sapienza di un oratore, confuso le idee anche ai cittadini più consapevoli.
Vivere la città, da parte dei suoi residenti, pretende organizzazione, servizi, pulizia, ordine, sicurezza più che concerti, feste, balli, gimcane, coriandoli, spettacoli e roba varia. Certo, possono convivere, ma uno dei due mondi non esclude l’altro, non può escluderlo, minimizzarlo, renderlo irrilevante.
A Potenza assistiamo a una parte del centro storico ridotta a far west, con la quotidiana lamentela, con annessa preghiera misericordiosa, di un residente che lancia autentici SOS senza che l’Autorità, tutti in piedi, sappia come affrontare la situazione. Assistiamo a una crescente affievolimento dei servizi, per esempio i trasporti pubblici, a una precaria situazione scolastica, che riguarda le strutture, l’inclusione, l’effettiva capacità di formare. Assistiamo a tempi di attesa nell’assistenza medica di una assoluta portata scaramantica, che oltre a auspicare che le singole situazioni non si aggravino sfidano le malattie con spudorata superficialità. Assistiamo a lavori pubblici dei quali i tempi di esecuzione sono mutevoli come l’umore di uno psicopatico. Conviviamo con un sempre maggior numero di autoveicoli e un sempre minor numero di parcheggi. Manca una programmazione che ci indichi dove sia meglio aprire una scuola, o una piscina, o uno stadio, procedendo quasi a caso, secondo l’opportunità di un finanziamento o idee estemporanee, ognuna dotata di vita propria e giammai coordinata con altre. Di contro, abbiamo la musica in piazza, feste o avvenimenti ogni sabato, e tantissimi eventi, quasi che lo sforzo amministrativo non trovi altri sbocchi che il cosiddetto “evento”.
Ancora nessuno, dai tempi di Santarsiero in poi, ha proposto un’idea di città, un suo specifico ruolo, il suo sviluppo urbanistico e sociale. O che abbia ben definito il ruolo di una Università sempre meno citata, supportata e capace di attrarre studenti; anche per questi ultimi non si è pensato davvero nulla che li aiuti, li accompagni, li sostenga, gli faciliti la vita.
Ma ci sono gli eventi, perbacco. E tutti sembrano soddisfatti.
A margine che gli “eventi” andrebbero programmati senza che rechino alterazioni nella vita di chi vive la città anche per lavorare, riposare o stare semplicemente sereno, quindi in luoghi idonei ad accogliere senza disturbare nessuno, ovvero con ogni opportuna e prudente cautela e/o controllo, l’evento, tendendo a attirare i non residenti e turisti, deve avere luoghi dove svolgersi; sogno una città e un’amministrazione che non pensino che, creato un evento, abbiano la coscienza a posto, giacchè in una città innanzitutto si deve vivere facile, sicuri, protetti e serviti e dopo anche soddisfatti da un punto di vista ludico. E dico ludico, perchè, per evento, difficilmente si pensa all’evento appunto culturale, sobrio, serio, silenzioso, garbato, ma, in linea di massima, si pensa a quello che fa rumore, aggrega e fa salire i giri, quasi uno sfogatoio del quale evidentemente si pensa ne abbiamo davvero bisogno.
No, abbiamo bisogno innanzitutto di altro. Sembra folle ma è così. Fatevene una ragione.

















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